I quattro braccianti uccisi: bruciati vivi perché chiedevano la paga – CRONACA
Uccisi in maniera atroce solo per aver rivendicato quello che dovrebbe essere un diritto per ogni lavoratore, essere pagati. Sta nelle parole dell’unico sopravvissuto alla strage dei migranti compiuta lunedì in un distributore di carburante lungo la statale 106 ad Amendolara (Cosenza), il possibile movente di un quadruplice omicidio portato a termine con modalità efferate, scioccanti, con le vittime bruciate vive.
Una versione che, naturalmente, dovrà passare al vaglio degli investigatori della Squadra mobile di Cosenza e dei magistrati della Procura di Castrovillari che, intanto, hanno messo un punto fisso alle indagini. Ieri, dopo un lungo interrogatorio andato avanti nella Questura di Cosenza per quasi tutta la notte, sono stati sottoposti a fermo i due presunti responsabili, accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato.
Si tratta di due pakistani, incastrati dal sistema di videosorveglianza del distributore dove è avvenuta la strage che ha ripreso non solo i loro volti, ma anche la dinamica dei quattro delitti.
Nelle immagini si vedono i due muoversi freneticamente intorno al minivan con il portellone posteriore aperto. Mentre uno sta dietro, probabilmente per versare la benzina nell’abitacolo, l’altro fa forza con le braccia sulle portiere per impedire a chi sta dentro di uscire. I due, poi, si danno il cambio e, improvvisa, parte una fiammata, mentre loro fuggono a piedi.
Su quel mezzo, a bordo del quale viaggiavano anche i presunti killer, c’era anche una settima persona, un cittadino afgano, regolare in Italia, sopravvissuto per miracolo.
A testate è riuscito a sfondare un finestrino e ad uscire. Sulle braccia porta due vistose fasciature che gli coprono le ustioni. Ed è stato proprio lui a fornire quello che potrebbe essere il movente di una strage apparentemente senza senso.
L’uomo, in un italiano stentato e visibilmente scosso, ha raccontato che tre vittime erano sue connazionali e la quarta un pakistano che viveva con loro.
Quindi ha sostenuto che i due indagati hanno chiesto soldi per il trasporto, che le vittime non hanno voluto pagare.
Da qui si sarebbe scatenata la violenta reazione dei due, probabilmente caporali, che avrebbero voluto punire un tale «affronto» bruciando vivi coloro che si opponevano alle loro richieste.
Ma il giovane ha detto anche altro, che i suoi amici avevano chiesto più volte ai caporali di essere pagati per il lavoro che svolgevano nei campi a raccogliere fragole tra la Calabria e la Basilicata, ma di non aver mai ottenuto nulla.
«I soldi non ce li davano. Ci davano da mangiare, ci davano la casa. Ma i soldi no». Quindi il racconto degli attimi prima della morte dei suoi amici. «Hanno gettato la benzina dentro e poi un accendino».
Il superstite non ha esitato a dire che nel lavoro nei campi c’è una «grande mafia del Pakistan», riferendo che i due fermati minacciavano lui e i suoi amici con coltelli e pistole.
Adesso le sue parole saranno vagliate dagli investigatori per risalire al movente, anche attraverso le dichiarazioni degli indagati, se decideranno di raccontare il motivo di ciò che è successo.
Sulla vicenda si registra la dura presa di posizione del vice presidente della Cei e vescovo di Cassano allo Ionio mons. Francesco Savino, mentre il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto ha postato il video della strage commentandolo con la frase «ci sono notizie che fanno vacillare la fiducia nell’umanità. Disumani».






