Calabria

Dentro il sistema del caporalato tra Calabria e Lucania, l’esercito di nuovi schiavi della terra invisibili nel lavoro e nella sofferenza

Le vite sospese dei nuovi schiavi in mezzo ai campi di Calabria e Basilicata. Una terra che non è la loro ma che sa ugualmente di meraviglia, un paradiso che si apre verso lo Jonio, in mezzo alla campagna tra cielo e mare. Distese di pescheti e agrumeti, filari che sembrano non finire mai, il profumo della frutta matura trasportato dal vento. Un paesaggio che racconta fertilità e abbondanza. Eppure, qualche volta, anche in paradiso può nascondersi l’inferno. Un inferno che ha il volto stanco di uomini arrivati da lontano, attraversando deserti, guerre e frontiere. Gente con gli occhi di chi è partito dall’India, dal Mali, dal Marocco, dall’Afghanistan, dalla Siria, inseguendo un sogno. Ma quel futuro immaginato nelle notti di fuga si è trasformato in un incubo fatto di ricatti, paura e sfruttamento. Qui, tra il Metapontino e la Sibaritide, la speranza si riduce a quelle cassette di frutta accatastate sotto il sole da quelle braccia robuste arrivate da lontano. Due o tre euro l’ora. Quindici, forse venti euro per un’intera giornata di lavoro. Una paga che non basta a sopravvivere ma che diventa l’unica alternativa alla fame.
L’articolo completo è disponibile sull’edizione cartacea e digitale


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