Minori violenti, genitori e istituzioni
Siamo bombardati quotidianamente dalla cronaca che racconta di eventi aggressivi perpetrati da tutti, minori, adulti (autoctoni ed extracomunitari). Sembra che l’escalation alle quali assistiamo non abbiano mai serie conseguenze, a parte l’organizzazione di eventi mediatici di solidarietà. Allora, data la notizia, cosa succede dopo? Nulla. Assolutamente nulla.
Ma questi minori, autori di reato, figli di chi sono? Ce lo chiediamo? Sono figli di tutti e figli di nessuno. Le punizioni sono discutibili, quindi lo sono anche le responsabilità. Prima di punire, chiediamoci chi non ha educato? Il mandato educativo è a vari livelli, non e’ solo a carico di chi questi figli li ha messi al mondo per poi criticare lo stesso mondo nel quale vivono, lo stesso di tutti, ma con destini diversi. A quali valori ci ispiriamo? Sono confusi persino i mandati di chi sanziona e chi educa; il super-Io paterno o genitoriale sembra che sia stato delegato alle divise che nella notte “seguono” i nostri figli. Sentiamo spesso esprimere giudizi discordanti sulla necessità di punire o meno i minori che si rendono responsabili di fatti penalmente rilevanti.
È indubbio che il minore debba essere rieducato e accompagnato in un percorso di recupero e di reinserimento sociale. Per questo motivo, il carcere non può certamente essere considerato, di per sé, la soluzione giusta. Ma, nella mia esperienza, non sempre lo sono neppure le strutture deputate alla rieducazione dei minori. Ogni contenuto ha il suo significato, lì dove la famiglia rappresenta il luogo dove è nato il disagio, difficilmente può essere il luogo dove un minore può differenziarsi ed individuarsi. Troppo spesso, infatti, passa il messaggio che a sbagliare siano le istituzioni, che intervengono e “perseguitano” il minore, quasi senza motivo, mentre quest’ultimo avrebbe il diritto di fare ciò che vuole semplicemente perché è minorenne. Un messaggio profondamente sbagliato, che rischia di indebolire l’autorevolezza delle istituzioni e, soprattutto, di non aiutare il ragazzo a comprendere la gravità delle proprie azioni.
Educare non significa soltanto evitare la punizione. Significa anche insegnare che ogni scelta comporta delle conseguenze e che il rispetto delle regole e degli altri non è una opzione. La prevenzione, però, deve coinvolgere tutti: istituzioni, scuola, famiglie e territorio. Non possiamo chiedere soltanto alle forze dell’ordine o ai servizi sociali di risolvere problemi che spesso nascono molto prima dell’intervento repressivo. Un ragazzo che sbaglia deve certamente avere una seconda possibilità. Ma dargli una seconda possibilità non significa lasciargli credere che ciò che ha fatto non abbia conseguenze. Significa, al contrario, aiutarlo a riconoscere il proprio errore, assumersene la responsabilità e costruire le condizioni perché non lo commetta nuovamente. Questa è una lettura fatta a due mani, da un commissario e da uno psicoterapeuta, con due esperienze diverse, quella repressiva e quella psicoterapica che collimano e si completano.
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