In Venezuela macerie e disperazione
Il doppio terremoto che ha devastato il Venezuela nella notte tra mercoledì e giovedì ha provocato una strage. Il numero delle vittime è salito a 920 morti, 3.360 feriti e 172 persone ancora intrappolate sotto le macerie, secondo la tv di Stato, ma si tratta di un bilancio destinato a peggiorare perché nelle zone più colpite si scava ancora a mani nude.
Non bastasse, i blackout stanno paralizzando tutto. Un’interruzione su una linea elettrica chiave nella regione centrale rallenta i soccorsi, il funzionamento degli ospedali, lo scarico delle merci nei porti e la produzione petrolifera. Il porto di La Guaira è chiuso, quello di Puerto Cabello opera solo parzialmente e nelle aree vicine all’epicentro manca ancora la corrente.
La natura ha colpito duro, certo, ma è il fallimento dello Stato chavista ad aver trasformato il sisma in una catastrofe nazionale. Ospedali già distrutti, una protezione civile inesistente e infrastrutture fatiscenti hanno lasciato la popolazione sola.
«A La Guaira sembra l’Italia bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale», ha detto Gabriela Castalda, presidente dell’associazione Casa ItaloVenezuelana. A più di 24 ore dal sisma, in questa regione i soccorsi ufficiali erano ancora scarsi, se non inesistenti e vicini, familiari e volontari arrivati da Caracas rimuovevano le macerie con le mani e attrezzi di fortuna. «Siamo soli, abbandonati», denunciano i sopravvissuti. Mario Córdoba e sua moglie, giunti dalla capitale, scavavano sperando di trovare persone ancora in vita: «È l’amore per la vita che muove le montagne. Tutti i venezuelani che possono vengano ad aiutare». Yaneth Paredes vegliava il corpo del nipote quindicenne, morto per asfissia, mentre i genitori avevano tentato di proteggerlo. «Qui non sappiamo neanche quanti morti ci sono».
Tra le vittime italiane ci sono almeno tre italo-venezuelani morti e 35 dispersi, come ha riferito il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Cinque i feriti. La comunità italiana in Venezuela conta circa 150mila persone, con 65mila residenti nella zona interessata e 3mila nelle vicinanze dell’epicentro. Si conferma la morte di Giuseppe Colaianni, 55 anni, di Calascibetta (Enna), travolto mentre salvava la moglie durante una videochiamata con la figlia per farle gli auguri di compleanno ma non mancano i miracoli: un neonato ieri è stato
estratto vivi dalle macerie a La Guaira, mentre tre fratellini sono stati salvati a Caracas. Ma la corsa contro il tempo è drammatica e l’emergenza ha messo a nudo anche la precarietà dei pompieri venezuelani, i primi ad arrivare sui luoghi dei disastri ma gli ultimi in termini di retribuzione. Il salario base è congelato a 130 bolívares (meno di 0,30 dollari) da oltre quattro anni, mentre per vivere servono almeno 700 euro al mese.
La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha decretato un minimo di 240 dollari in buoni, ma i pompieri che hanno protestato sui social contro il salario irrisorio sono stati repressi, pur denunciando la mancanza di attrezzature e veicoli che oggi, purtroppo, salverebbero vite.
L’Onu parla di oltre 50mila dispersi, mentre Delcy ha ringraziato Elon Musk e Starlink per l’accesso gratuito a internet nelle zone colpite fino al 25 luglio: «Ogni connessione conta in momenti come questi».
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