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“Voglio incontrare Putin o sarà rivolta”. Le minacce del soldato russo al Cremlino

Ci sono uomini che la guerra restituisce al mondo con una cicatrice. E altri che restituisce con una domanda. Aleksandr Lunin appartiene alla seconda specie, forse la più inquietante. Perché una cicatrice si può nascondere sotto la giacca, una domanda invece continua a bussare.

Da Voronezh al fronte ucraino, passando per le trincee del Kursk e le stanze senza finestre della propaganda, Lunin è il prodotto più autentico della guerra russa: un soldato che ha obbedito abbastanza da meritarsi le ferite, ma non abbastanza da smettere di pensare. Adesso vuole parlare. Non con un generale, non con un ministro, non con qualche funzionario incaricato di prendere appunti e dimenticarli in un cassetto. Vuole parlare con Vladimir Putin. In televisione. In diretta. Davanti al Paese intero. Undici milioni di visualizzazioni in meno di ventiquattr’ore raccontano che la sua voce è riuscita a oltrepassare il muro del silenzio. Ma nella Russia contemporanea la notorietà è un privilegio ambiguo: può significare ascolto oppure sorveglianza.

Lunin dice di voler raccontare «la verità». Raccontare dei soldati rinchiusi nelle celle sotterranee perché hanno rifiutato ordini suicidi. Raccontare delle torture, delle estorsioni, dei dispersi che sarebbero soltanto morti cancellati dalla burocrazia. Raccontare di un esercito che, oltre a combattere il nemico, combatte se stesso.

Poi arrivano le frasi che gelano. Se non sarà ascoltato, dice, potrebbero verificarsi conseguenze gravissime. Ammutinamenti. Armi rivolte contro chi le ha distribuite. Il lessico cambia pelle: dalla denuncia all’avvertimento, dall’appello all’ombra della rivolta. Ed è qui che la storia assume i contorni della tragedia. Perché ogni parola pronunciata da un uomo in uniforme porta con sé il fantasma di Prigozhin. Da allora il Cremlino ha imparato che anche una protesta nata dentro l’apparato militare può trasformarsi in qualcosa di imprevedibile. E chi conosce la storia russa sa che le rivolte raramente annunciano il loro arrivo con il rumore dei tamburi. Lunin, infatti, corregge presto il tiro. Dice di non avere nulla contro Putin. Punta il

dito contro i blogger patriottici, contro chi racconta una guerra immacolata mentre il fango arriva fino alle ginocchia.

La risposta del Cremlino, affidata al portavoce Peskov, è stata di un gelo quasi artico: sappiamo che esiste un appello, ma dobbiamo ancora vedere il video. Come se il problema fosse il filmato e non il contenuto. È una tecnica antica del potere: prendere tempo, ridurre l’urgenza a pratica d’ufficio.

La Russia di Putin vive in equilibrio tra consenso e paura.

Finché le due forze coincidono, il sistema regge. Ma quando un soldato decorato decide di raccontare ciò che accade dietro la linea del fronte, la crepa non riguarda soltanto l’esercito. Riguarda il racconto stesso del conflitto.


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