Caso Moro, 48 anni dopo: mancò il coraggio dell’amnistia per le BR
di Giuseppe Caserta
Erano tre gli inquilini nell’appartamento di Via Montalcini 8 int.1 che dal 16 Marzo al 9 Maggio 1978 hanno vissuto ininterrottamente insieme al prigioniero Aldo Moro, poi ucciso al termine di quei drammatici 55 giorni esattamente 48 anni fa. Si chiamavano Germano Maccari, nome di battaglia “Gulliver”, morto in carcere per un aneurisma celebrale nel 2001, Prospero Gallinari, nome di battaglia “Giuseppe”, morto nel 2013 per un arresto cardiaco e Anna Laura Braghetti, nome di battaglia “Camilla” l’ultima ad andarsene pochi mesi fa all’eta di 72 anni per un tumore. Quell’appartamento diventato così tragicamente famoso oramai dopo 48 anni è definitivamente vuoto. Anche il gruppo che partecipò all’agguato di Via Fani si è fatalmente assottigliato. Oltre al già nominato Prospero Gallinari, sono deceduti Barbara Balzerani e Raffaele Fiore.
All’epoca dei fatti il più giovane del commando aveva 20 anni, il più anziano 31, provenivano da contesti sociali molto differenti tra loro. C’era uno studente di buona famiglia, un impiegato, un tecnico, un figlio di contadini, un artigiano, un operaio pugliese emigrato a Torino, una maestra di una scuola per bambini con disabilità. Il loro curriculum politico però era pressoché identico: fine anni 60, un movimento molto vasto di rottura e di contestazione nei confronti della cultura dominante, le prime lotte nelle scuole e nelle fabbriche e frequentazioni all’interno di gruppi di estrema sinistra quali Potere Operaio e Lotta Continua. Poi la svolta.
Molti di loro si convinsero che imbracciare un’arma fosse l’unico modo per poter continuare la lotta che portasse ad un reale cambiamento nel Paese. Fatale per questa decisione, per loro stessa ammissione, fu la strage di Piazza Fontana di matrice fascista con la complicità di settori deviati dello Stato e anche il timore di un golpe come quello avvenuto nel Cile di Pinochet. Oggi questo timore farebbe sorridere più di qualcuno, ma nei primi anni 70 era molto più reale di quello che si può pensare, tanto da convincere lo stesso Berlinguer dell’impossibilità per il PCI di governare il Paese, fosse pure con il 51% dei voti e, di conseguenza, a partorire l’idea del compromesso storico con la DC.
Come poi la storia di questi giovani sia finita è cosa nota. I vari “Gulliver” e “Camilla” hanno sparato, rapinato e ucciso in nome di una ideologia che li ha poi portati a scontare decine di anni nelle carceri speciali. Di fronte a questo fenomeno, quello della lotta armata degli anni 70 che ha coinvolto, tra condannati, inquisiti, indagati a vario titolo, circa 20.000 persone, lo Stato non ha saputo fare altro che dispensare ergastoli rinchiudendo qualunque discorso nelle aule dei tribunali ancora oggi che sono passati 48 anni.
E’ di poco tempo fa la notizia di un rinvio a giudizio nei confronti di tre capi storici delle Brigate Rosse, Mario Moretti, Renato Curcio e Lauro Azzolini (rispettivamente 80, 83 e 82 anni) per un episodio avvenuto nel 1975.
C’è stata una volontà granitica da parte della politica nel non voler affrontare da un punto di vista diverso, che non fosse il codice penale, il fenomeno che ha coinvolto centinaia di persone e che meriterebbe l’attenzione più degli storici che degli avvocati e dei giudici. Sarebbe stato utile, anni addietro, un provvedimento di riappacificazione sociale, come avvenne solo dopo pochi mesi dalla fine della guerra nel 1946, con la cosiddetta amnistia nei confronti dei fascisti, fortemente voluta da Palmiro Togliatti. Un simile atto, peraltro proposto anche da Cossiga ministro degli Interni all’epoca del sequestro Moro, nei confronti dei protagonisti della lotta armata, avrebbe aperto la porta ad una seria e serena riflessione su quegli anni, anche con gli stessi protagonisti (i pochi sopravvissuti), senza il timore che una frase in più portasse a ulteriori anni di galera.
È mancato il coraggio. E così quella porta, dopo 48 anni, rimarrà chiusa per sempre proprio come quella di Via Montalcini n.8 int.1.
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