Cultura

Kevin Morby – Little Wide Open: Nel cuore dell’America :: Le Recensioni di OndaRock

Welcome to the Badlands
Where the sky expands and you and I expire

Con “Little Wide Open” Kevin Morby realizza un nuovo (il terzo) sentito tributo ai luoghi del Midwest. Tra mito e realtà materiale, le “badlands” rilocate adesso da Morby nel centro dell’America (“Javelin”) divorano chi le attraversa: sotto la soverchiante grandezza del firmamento e lungo le distese di lavanda “siamo soli passeggeri di passaggio”. Ma sono anche luoghi lontani dalla frenesie delle metropoli, perfetti per il riposo, almeno finché non risuonano le sirene anti-tornado.
Paradiso o inferno, dunque? Se probabilmente a questa domanda può rispondere solo chi lì ci ha vissuto (ma pure lo stesso Morby non sembra essere arrivato a una conclusione), non si può negare la bellezza ammagliante che trasuda dal nuovo lavoro dello statunitense: dai suoi testi e dall’arte affabulatoria di stampo dylaniano, certo, ma anche dal caldo e avvolgente comparto strumentale folk-rock, curato nei singoli dettagli da Aaron Dessner nel ruolo di produttore.

Mentre la prima metà del disco è trainata dai brani più ritmati, dalla marcata presenza degli strumenti elettrici, dalle songs on the road, la seconda parte si accomoda intorno alla figura del cantautore, immerso, insieme alla fidata chitarra, nei paesaggi sconfinati: “No one ever makes a sound/ except me on this guitar”, stornella Morby in “Cowtown”. Al centro si trova la title track, cuore pulsante della raccolta, in cui, per più di otto minuti, il musicista medita sul passare del tempo, sulla natura transeunte della vita e del suo rapporto con i più lenti ritmi geologici.
Ma, una volta raggiunta la sintonia con la pace del Midwest, cantautore e ambiente si mescolano e si trasformano. Il corpo umano si spacca in moltitudine, assorbe l’infinità delle highway, si apre in un prisma di emozioni ed entra in profondo contatto con la persona con cui ha una relazione. Diventa lui stesso “a little wide open” e soprattutto si riappacifica con quello che non pare più essere il nemico da battere: “Time, we share the same dream/ to stretch on forever, towards eternity/ to be a little wide open/ to drift on forever, where nobody knows us”.

Al respiro epico del Midwest subentra il canto elegiaco nelle canzoni conclusive, in cui il nostro passaggio sulla Terra si rispecchia nell’eterno ciclo di vita e morte. Cactus, girasoli, fiori di gelsomino, denti di leoni, ma soprattutto scarafaggi, farfalle e lucciole divengono il simbolo dell’effimera natura della specie umana. Compagni di viaggio da cui prendere esempio per il loro eroico resistere alle tempeste o per quegli arditi voli acrobatici lungo le autostrade trafficate, che, anche se in gran parte si concludono con uno schianto mortale sui vetri delle automobili, rivelano un indomito anelito all’autodeterminazione: “It’s not suicide if I die out chasing thrills/ just me trying to grow wings/ field guide for the butterflies”.
Del resto, è da molti anni che Kevin Morby si confronta con la sua – con la nostra – caducità. Ora, con uno dei suoi lavori migliori, sembra aver fatto pace con la morte, con l’ultima compagna di un viaggio che, seppur breve, è dannatamente intenso.

27/06/2026


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