Società

Schermi tra le mani, assenza nel cuore: l’uso dei dispositivi da parte dei genitori potrebbe segnare l’equilibrio emotivo dei figli

C’è un gesto che ormai accompagna ogni momento di pausa della giornata: il pollice che scorre, lo sguardo che si abbassa, il mondo intorno che svanisce. Sui treni, nelle sale d’attesa, persino a tavola, i volti sono sempre più spesso illuminati dal bagliore azzurrino dei display.

E se questo fenomeno è ormai socialmente accettato – quasi normale – tra adulti e coetanei, una domanda scomoda comincia a farsi strada tra gli specialisti dello sviluppo infantile: quale prezzo pagano i bambini che crescono vedendo gli occhi di mamma e papà costantemente rivolti altrove?

A provare a rispondere è uno studio recentemente pubblicato su Frontiers in Psychology, che getta una luce inquietante su una delle abitudini più diffuse della nostra epoca. La ricerca suggerisce che l’uso pervasivo dello smartphone da parte delle figure di riferimento nei primi anni di vita possa influenzare negativamente la formazione del legame affettivo primario, con ripercussioni che emergono con chiarezza solo molti anni dopo, durante l’adolescenza.

Due facce di una stessa fragilità

Per comprendere la portata del fenomeno, è utile ricordare un caposaldo della psicologia dello sviluppo: la teoria dell’attaccamento. Secondo questo modello, la qualità del rapporto che il bambino instaura con chi si prende cura di lui – in particolare nei primi anni di vita – getta le fondamenta della sua futura vita emotiva e relazionale. È in quella fase che si costruisce la fiducia di base nel mondo e negli altri, o al contrario, un’insicurezza destinata a radicarsi.

Quando questa relazione viene costantemente frammentata da distrazioni esterne, come lo schermo che chiama e interrompe, il bambino può interiorizzare un senso di inaffidabilità del legame. Questo si traduce, una volta cresciuto, in due modalità antitetiche di rapportarsi con gli altri. Da un lato, gli adolescenti “evitanti”: imparano presto a non fare affidamento sugli adulti, a non chiedere sostegno e a tenere le distanze emotive, come se avessero già imparato che è inutile aspettarsi risposte piene. Dall’altro, gli adolescenti “ansiosi”, che vivono ogni relazione con il timore costante di essere trascurati, cercando in modo spesso disperato conferme e attenzioni che percepiscano come sempre insufficienti.

La lente dell’adolescenza: ciò che i ragazzi vedono

Non potendo osservare direttamente i neonati, il team di ricerca ha scelto una via alternativa: ascoltare la voce di chi quella fase l’ha già attraversata. Sono stati così coinvolti seicento ragazzi tra i 12 e i 17 anni, a cui è stato chiesto di raccontare il proprio punto di vista sul comportamento dei genitori. Le domande erano mirate a sondare la percezione della distrazione genitoriale: frasi come “Questa persona non mi dedica abbastanza tempo a causa del telefono”, “Sembra assente quando è attaccata allo schermo” o “Mi ignora quando usa il dispositivo” hanno costituito il cuore dell’indagine.

I risultati, emersi dall’incrocio con questionari standardizzati sulla sicurezza dell’attaccamento in adolescenza, mostrano una correlazione netta: i ragazzi che descrivono i propri genitori come costantemente “sintonizzati” sul cellulare ottengono punteggi più alti sia nella scala dell’ansia relazionale che in quella dell’evitamento. Più alta è la percezione di essere stati messi in secondo piano dal dispositivo, più fragile risulta la loro capacità di gestire l’intimità e la fiducia.

Un’allarme sociale che riguarda tutti

I dati mostrano che la “dipendenza” dagli schermi è trasversale: se gli adolescenti sono i nativi digitali, gli adulti non sono da meno, e l’automatismo di estrarre lo smartphone in ogni momento libero è ormai radicato in tutte le fasce d’età. Colpisce, ad esempio, che anche tra i pensionati il 74% utilizzi i social media con regolarità, e che la metà di questi trascorra online almeno sessanta minuti al giorno.

Lo studio non intende demonizzare la tecnologia, né suggerisce divieti assoluti. Piuttosto, offre uno spunto di riflessione necessario sulla qualità del tempo trascorso insieme. I ricercatori ricordano che non è la quantità di ore a fare la differenza, ma la qualità della presenza: uno sguardo che si alza dallo schermo, un ascolto senza interruzioni, un’attenzione che non deve competere con il richiamo del display. Per i bambini, che leggono il mondo attraverso gli occhi dei loro adulti, la percezione di essere visti per intero resta il nutrimento emotivo più prezioso. E forse, il più a rischio nella nostra epoca iperconnessa.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »