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Sinner batte Djokovic a Wimbledon: analisi della semifinale

Sembrava debolezza, in realtà Jannik Sinner si stava solo preparando alle partite più importanti. Il numero uno al mondo è tornato ingiocabile e lo ha fatto nella partita più importante del torneo e dell’anno fin qui: quella contro Novak Djokovic, in semifinale a Wimbledon. Sinner ha vinto in tre set con un triplo 6-4, lasciando le briciole a Djokovic: una sola palla break in tre set, arrivata nel terzo parziale, quando l’azzurro era già in vantaggio di due set e un break. “Dovevo alzare il livello oggi e l’ho fatto“, ha spiegato Sinner nel post partita. Una prova completa, senza sbavature. Lo dicono i numeri, sia al servizio contro il miglior risponditore della storia, sia in risposta, dove ha aumentato intensità e profondità dei colpi. E lo ha fatto nei momenti decisivi, con grande cinismo: sul 4-4 nel primo set, sul 3-3 nel secondo, nel primo game invece nel terzo set, quando ha capito che fosse il momento di schiacciare la testa al suo avversario.

Un’analisi accompagnata dai numeri, in assoluto i migliori di questo torneo. Partendo da quelli base: 40 vincenti, solo 15 non forzati in tre set. In sintesi: non ha sbagliato nulla, pur colpendo con grande potenza e profondità. E poi il servizio: i numeri sono ottimi da inizio torneo, ma contro Djokovic – maestro nella storia del tennis quando si tratta di rispondere – assumono ancora più valore. 16 ace in 15 turni di battuta, più di uno a game. 65% di prime in campo e 45 punti su 51 vinti con la prima. Zero doppi falli, velocità media della prima di servizio che supera i 200 km/h. In questo Wimbledon la battuta gli ha permesso di arrivare in semifinale con il minimo sforzo, contro Djokovic invece è stato il colpo che ha sugellato una prestazione perfetta, come da tempo non si vedeva.

Cinico e spietato: sono questi i due aggettivi che più gli si addicono oggi. Sinner non è più quel tritacarne che abbiamo ammirato fino al Roland Garros, quando giocava ogni game, ogni punto al massimo, lasciando anche soltanto 3 o 4 game agli avversari, fino ad arrivare al malore contro Juan Manuel Cerundolo. Proprio forse quel match gli ha fatto cambiare atteggiamento: meglio rimanere in campo un’ora o un set in più, ma gestendo le energie e forzando solo quando c’è da forzare. Con Djokovic era diverso: bisognava da subito approcciare bene e con decisione la partita. Djokovic si nutre di errori e difficoltà degli avversari: concedergli margine avrebbe complicato il match. Sinner lo sapeva e non lo ha fatto. Ha invece deciso di tornare ingiocabile e lo ha fatto, spazzando via ogni dubbio sulla sua condizione fisica e psicologica dopo la batosta del Roland Garros. Ora un ultimo sforzo da fare. Per fare la storia, per l’ennesima volta. Un italiano è in finale di Wimbledon per il secondo anno consecutivo e ci è arrivato in scioltezza. Sembra ormai una cosa normale, ma non lo è.


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