Minetti-gate, la famiglia uruguaiana che voleva adottare il bambino: “Ce l’hanno tolto senza motivo”
Hanno parlato ai microfoni dell’emittente uruguaiana Telenoche i due genitori della famiglia incensurata che dal 2018 aveva avviato le pratiche per l’adozione del bambino poi finito al centro della grazia a Nicole Minetti. Dopo le rivelazioni emerse dall’inchiesta del Fatto Quotidiano sul Minetti-gate, la famiglia ha così deciso di farsi avanti per bocca del padre che, in lacrime, smentisce il racconto secondo il quale quel bambino non trovava una famiglia che lo volesse adottare perché malato. E lo ha fatto con un’intervista, che qui riportiamo integralmente, al canale televisivo locale.
“Io ho iniziato a lavorare all’INAU e ho cominciato ad avere contatti con il bambino e, beh, ho iniziato a informarmi se fosse possibile adottarlo. Mi hanno detto di sì e abbiamo iniziato con tutte le pratiche”.
Ti hanno richiesto qualcosa, diciamo, per poter aspirare all’adozione?
“Sì, mi hanno chiesto di lasciare il lavoro lì, perché era il luogo in cui si trovava il bambino. Così ho smesso di lavorare e abbiamo iniziato a preparare tutta la documentazione che mi è stata richiesta”.
E com’è stato? Cioè, cosa avete dovuto fare e com’era tutta la procedura?
“La prima cosa che mi ha chiesto l’INAU di Maldonado, ricordo, è stato il certificato di buona condotta mio e di mia moglie. È stata la prima cosa. Ricordo che sono andato alla stazione di polizia per richiederlo, poi è stato inviato a Montevideo. Dopo siamo andati da diverse psicologhe qui a Maldonado per iniziare la procedura e valutare se potevamo essere una famiglia adottiva, prendere il bambino e farlo vivere con noi”.
Conviveva con voi parte della giornata?
“Sì, parte della giornata conviveva con noi. Anzi, la maggior parte del tempo stava con noi. Ha passato una festa, un 24 dicembre, con noi. Ricordo quando ha compiuto un anno. Ho i video, li ho io. Se qualcuno vuole vederli, li mostro. Partono dal gennaio 2019. Nel 2019 siamo andati a Montevideo. Ci facevano molte domande, molte domande. Sono tornati a farci molte domande, perché è un processo lungo, però molto valido. In quel momento ci dissero che eravamo idonei ad adottare un altro bambino. Noi eravamo molto contenti. L’ultima volta ci dissero ‘siete idonei ad adottare’. Ma noi eravamo lì per quel bambino, con nome e cognome, non per un altro. Mi dà fastidio l’atteggiamento dell’INAU perché, quando abbiamo finito tutto a Montevideo, non mi chiamavano mai per lui nonostante avessi fatto tutto il necessario per quel bambino con l’INAU. Così ho iniziato a muovermi da solo, da una parte all’altra. Dicevo ‘non è possibile che non mi avvisino per il bambino’. Ho chiamato Montevideo. Mi hanno detto ‘domani ti chiamiamo’. Il giorno dopo mi chiamano e mi dicono ‘guarda, la questione di quel bambino è già definita, è stato dato in adozione a una famiglia molto legata a Maldonado’. Ho chiesto ‘straniera?’. E mi hanno detto ‘sì, ma abbiamo quest’altro bambino, se vuoi’. ‘No – ho detto io – io sono andato a Montevideo per quel bambino, non per un altro’. Anche quando vivevo a Maldonado, è venuta un’assistente sociale a casa mia a vedere com’era, se avevo il tetto di lamiera, se avevo una stanza per il bambino. Io avevo tutto in regola. Qui in Uruguay c’era una famiglia. Quello che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto con l’anima. Io, mia moglie, i miei figli. E poi dover dire ai miei figli che non porteremo quel bambino a casa… Io sono una persona che non ha mai avuto problemi con nessuno, non ho precedenti, non sono mai stato in commissariato. E non è servito quello che avevo o quello che potevo offrire a quel bambino. L’hanno portato via dal Paese, lontano, e mi hanno avvisato per telefono che il bambino non sarebbe stato con noi, che era stato dato a una famiglia straniera. E questo fa male, dà molto fastidio”.
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