Insetti e vertical farm, dal boom al crack: la lezione per il futuro dell’agrifoodtech
* Giornalista e divulgatore scientifico
Nel 2021 una startup saudita, Red Sea Farm, ha raccolto 16 milioni di dollari per sviluppare la sua tecnologia di coltivazione di ortaggi in serra, utilizzando l’acqua salata. L’anno successivo Pure Harvest, con sede ad Abu Dhabi, ha raccolto 180 milioni, sempre per produzioni in serra. Nel 2023 la statunitense AeroFarms ha invece inaugurato ad Abu Dhabi AeroFarms AgX, una vertical farm indoor, in cui gli ortaggi crescono in capannoni, lontano dalla luce del sole.
La corsa alla “sovranità alimentare”
Si tratta di alcuni esempi di investimenti con capitale di rischio guidati da fondi sovrani o da compagnie parastatali, come la Saudi Aramco. Investimenti che non si limitano alle coltivazioni innovative, ma puntano anche su nuovi cibi, come la carne coltivata oppure la fermentazione di precisione. Il motivo? Le monarchie del Golfo sanno ormai da tempo di essere in una posizione critica, sia a livello geopolitico che climatico, e hanno investito per tempo sulla sicurezza alimentare dei loro paesi. E oggi, la crisi di Hormuz gli dà ragione.


Lo stesso ha fatto il fondo sovrano di Singapore, Temasek, uno dei più attivi a livello globale proprio nel finanziare startup che sviluppano tecnologie per la produzione di cibo. Singapore è una città-stato senza terre coltivabili, che si affaccia sullo Stretto di Malacca, il secondo collo di bottiglia del commercio globale dopo Hormuz. La food security è una priorità nazionale. E infatti Singapore è stato il primo stato al mondo a regolamentare la carne coltivata, che oggi può essere acquistata in alcuni supermercati e ristoranti.
Accanto a questi investitori strategici, che rispondono a logiche politiche e si muovono secondo piani pluriennali approvati dai governi, il panorama degli investimenti in tecnologie innovative in ambito food e agro è dominato dai grandi fondi d’investimento statunitensi (Techstars, Y Combinator, Plug and Play), che nel corso degli anni però hanno visto scemare il loro interesse verso il settore.
La ritirata dei fondi
Secondo il report di AgFunder, nel 2020 gli investimenti globali nell’agrifoodtech erano a quota 27,3 miliardi di dollari, sono poi aumentati nel 2021, raggiungendo i 54,6 miliardi e negli anni successivi si è avuto un crollo, con un 2025 che ha chiuso con solo 16,2 miliardi, in linea con i due anni precedenti.
Il motivo del crollo è presto detto. Con tassi di interesse bassi gli investitori erano alla ricerca di business profittevoli. Molti fondi, con sede in California, sono stati attratti dai facili ritorni promessi dalle startup food, che garantivano prodotti rivoluzionari attraverso tecnologie come la blockchain, il food delivery, le proteine alternative, la carne coltivata e la fermentazione di precisione (solo per citarne alcune).
Dal 2022 in avanti, i fondi si sono accorti che il settore agroalimentare non risponde affatto alle stesse logiche del digitale. I ritorni sono molto più lenti, i capex sono esorbitanti, la normativa è stringente (per fortuna) e i consumatori sono lenti a recepire le novità. Risultato, molti fondi generalisti, mordi e fuggi, hanno ridimensionato l’esposizione nel settore, mentre sul mercato si sono strutturati fondi verticali, specializzati nel settore agrifoodtech, che ne comprendono le dinamiche e sanno aspettare i tempi lunghi dettati dal mercato.
Simboli di questo cambio di paradigma sono due startup: Ynsect e Bowery. La prima è un’azienda francese, che ha raccolto negli anni oltre 650 milioni di investimenti tra privato e pubblico, e ha costruito un mastodontico allevamento di insetti. L’idea era di allevare larve con l’obiettivo di creare farine proteiche per l’alimentazione umana e la mangimistica. Il management ha fatto il passo più lungo della gamba, gettandosi nella produzione senza avere un solido business plan e la startup è fallita a inizio 2026.
Bowery è invece una azienda statunitense, che coltivava insalate in vertical farm. Nel 2021 è stata valutata per 2,3 miliardi di dollari e ha chiuso i battenti a fine 2024. Anche in questo caso i fondatori non hanno fatto i conti con il mercato. Produrre in una vertical farm ha dei costi che sono molto maggiori rispetto al pieno campo o alla serra. Ha dunque molto senso se si opera in contesti ambientali difficili, come il Nord Europa o il Golfo, ma è poco sostenibile, economicamente, se si opera in climi temperati.
Accanto però a questi mega crack, ci sono tante startup di successo, anche in Italia, che rastrellando piccoli capitali e avendo un approccio molto cauto stanno lanciando sul mercato prodotti e tecnologie innovative. Un esempio è Rebellyous Foods, startup di Seattle che produce nuggets vegetali, molto simili a quelli di pollo, che sta crescendo solidamente, con un prodotto innovativo ma accessibile.
La morale è che il settore agroalimentare ha bisogno di innovazione per rispondere alle sfide del presente: crisi climatica, instabilità geopolitica, popolazione mondiale in aumento. Come racconto nel mio libro, La natura non basta (Codice Edizioni), le tecnologie oggi disponibili sono molte: proteine alternative, carne coltivata, fermentazione di precisione e vertical farm, per citarne alcune. Ma il settore agricolo e quello agroalimentare hanno logiche di mercato proprie e uniche, che vanno conosciute per evitare di finire nella brace.

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