Lazio

il grido d’aiuto trovato in casa dopo la tragedia di Pietralata

Poche parole vergate su fogli lasciati nell’appartamento, capaci di restituire l’abisso di uno sconforto profondo: “Da soli non ce la facciamo”.

Attorno a questa richiesta d’aiuto rimasta inascoltata ruota l’inchiesta sulla tragedia che si è consumata tra le mura domestiche a Pietralata, dove una coppia e la loro bambina di cinque anni sono stati trovati privi di vita.

Gli accertamenti degli inquirenti delineano con sempre maggiore chiarezza la pista dell’omicidio-suicidio, trasformando il dolore in una riflessione collettiva che scuote le istituzioni ed il mondo dell’assistenza sociale.

L’Autorità Garante: «L’assistenza non è un timbro sulle carte»

Sulla vicenda è intervenuta l’Autorità Garante nazionale per i diritti delle persone con disabilità, annunciando verifiche e contatti con le strutture locali per ricostruire il percorso di sostegno garantito alla famiglia.

Nel manifestare profondo cordoglio per la scomparsa della piccola Bianca e dei suoi genitori, l’organismo ha lanciato un monito chiaro: la grave patologia di un figlio non può e non deve essere etichettata come la causa automatica di una tragedia.

Ciò che devasta i nuclei familiari, osserva il Garante, sono l’isolamento sociale, l’angoscia per il futuro ed il peso di una cura quotidiana vissuta senza una rete di protezione solida.

Non basta una formale presunzione di “presa in carico” amministrativa per far sentire accompagnata una famiglia; occorrono interventi di sollievo, continuità assistenziale, affiancamento psicologico ed un presidio pubblico in grado di intercettare i segnali di sofferenza prima che si tramutino in disperazione.

La denuncia degli psicologi: «Famiglie stritolate da percorsi ad ostacoli»

Sulla stessa linea l’intervento di Ivan Iacob, segretario generale dell’Associazione Unitaria Psicologi Italiani (Aupi), che pur ribadendo l’impossibilità di giustificare la perdita di una giovane vita, invita a guardare le condizioni in cui versano i caregiver.

Secondo l’Aupi, il paradosso risiede spesso in un sistema pubblico dove le risorse esistenti restano imbrigliate in una rete di adempimenti estenuanti: visite periodiche, moduli da rinnovare, verifiche e graduatorie che finiscono per aggiungere fatica a chi è già allo sfinimento.

Per Iacob la questione è prettamente politica e sociale: serve garantire assistenza domiciliare costante, servizi di sollievo e percorsi certi per il “dopo di noi”, evitando che la presa in carico della gravissima disabilità venga lasciata all’esclusiva ed eroica resistenza delle singole famiglie.

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