Dario D’Ambrosi, fondatore del Teatro Patologico: «A 19 anni sono entrato in manicomio. Venivo dal calcio, giocavo nel Milan, il mio mondo era spaventosamente meraviglioso prima di essere internato. Ho assistito alla bruttezza della vita umana»
Rispetto ai primi anni pensa che la percezione sia mutata?
«È maturata. Il nostro momento, l’anno scorso, sul palco del Festival di Sanremo ha registrato 16 milioni di spettatori, anche perché siamo usciti prima dei Duran Duran. Ci ha fatto conoscere a tutte le famiglie italiane e noi, dal canto nostro, abbiamo capito di quanto loro abbiano bisogno di una struttura come il Teatro Patologico per poter ridare dignità al figlio. Vedendoci in quel contesto diversi genitori hanno pensato: se ce l’hanno fatta loro perché non ce la dovrebbe fare mio figlio o mia figlia?».
Ne Il principe della follia è fondamentale il ruolo del fratello (ricoperto da Mauro Cardinali), di cui resta impressa la scena in cucina, di «vita-morte».
«Posso assicurare che quella è una delle scene ricreate più verosimile delle famiglie con un disabile in casa. Si può arrivare addirittura a recare dei danni fisici abbastanza importanti e spesso, con dei genitori anziani, la situazione diventa ancora più drammatica e triste».
Una questione cruciale è proprio il sostegno alle famiglie…
«Ancor più dopo Sanremo, abbiamo scoperto che ce ne sono tante abbandonate dalle Asl e questa è una denuncia che vorrei mandare perché con i soldi pubblici si dovrebbe fare molto di più. Almeno due o tre volte a settimana, trovo fuori al teatro, già da prima mattina, gente che ha viaggiato da Crotone così come da Trento e mi dice: “Sono venuto qua sperando che prenda mio figlio, perché altrimenti lo vediamo morire in casa”».
Come si può smuovere la situazione?
«Bisogna rivedere strutturalmente le Asl, il loro funzionamento. C’è chi lo fa per vocazione, ma c’è anche chi lavora nei servizi pubblici per lo stipendio. Quando arriva il paziente non fa altro che prescrivergli psicofarmaci senza capire davvero. In fondo la malattia mentale è come un diamante, per scoprirlo ci vuole un duro lavoro, non basta il sociologo o lo psicologo e per lavorarci bisogna avere i fondi».
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