Politica

Il monologo di Paola Cortellesi per il 2 giugno: “Promesse fatte a donne coraggiose non mantenute”

Ecco il testo del monologo con cui Paola Cortellesi, attrice e regista del capolavoro “C’è ancora domani”, ha commosso i presenti alla festa per gli ottant’anni della Repubblica in piazza del Quirinale e gli spettatori di RaiUno in tv:

Ottant’anni fa nasceva la Repubblica Italiana.

Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle

donne della resistenza.

Nacque da una scheda piegata in una cabina

elettorale, da un gesto semplice e insieme

rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva

stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e

dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal

voto delle donne.

Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza

nelle elezioni amministrative di marzo,

il 2 e 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei

seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra

Monarchia e Repubblica e all’elezione

dell’Assemblea Costituente. Finalmente, almeno li

dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella

di chiunque altro.

Prima di quel momento, la maggior parte delle

donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa

di subordinazione e obbedienza.

Sotto il regime fascista le donne non erano

soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono

progressivamente ricondotte, anche per legge, a

un unico ruolo considerato “naturale”: moglie,

madre, custode del focolare.

La propaganda fascista celebrava la maternità

come missione patriottica: dare figli alla nazione.

Ma dietro quella retorica c’era un progetto preciso

di limitazione dell’autonomia femminile.

Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e

superiori

di Insegnare materie considerate di alto profilo

come filosofia e storia nei licei.

l’istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso

“lavori donneschi” ovvero, mansioni domestiche.

Gli studi superiori e le professioni intellettuali

venivano altamente sconsigliati, E nel caso in cui

una studentessa avesse avuto l’arroganza di

proseguire gli studi avrebbe comunque trovato

tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle

degli studenti.

Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del

tempo teorizzavano la subordinazione femminile.

In questi passaggi del volume “Politica della

famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista

Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male,

un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente

accennato tra le righe:

«La indiscutibile minor intelligenza della donna ha

impedito di comprendere che la maggiore

soddisfazione può essere da essa provata solo

nella famiglia»

E ancora:

«Il lavoro femminile crea nel contempo due danni:

la mascolinizzazione della donna e l’aumento della

disoccupazione maschile.»

In sintesi: Vengono a rubarci il lavoro.

Detto ciò, con tali presupposti era facile che molte

di loro si percepissero come delle nullità. Non

potevano scegliere liberamente del proprio futuro,

spesso non osavano nemmeno immaginarlo.

Eppure, in questo oscuro scenario di

disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che

decisero di ribellarsi; in un momento storico in cui

dissentire non consisteva nel pubblicare una storia

su Instagram ma voleva dire mettere a rischio la

propria vita. Adottarono un nome di battaglia come

misura di sicurezza per sé e per i compagni e si

unirono alle circa 300mila persone impegnate nella

resistenza contro il nazifascismo.

Teresa Vergalli -nome di battaglia Annuska-

staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i

messaggi nascosti nelle trecce, e una piccola

rivoltella nel reggipetto, per uccidersi qualora fosse

caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno

e dopo la guerra, girò per le campagne con il fac-

simile della scheda elettorale per mostrare alle

braccianti come apporre il proprio voto su questo

misterioso ma importantissimo documento.

Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta

ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in

piazza. Decise di unirsi alla Resistenza. Dedicò poi

tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali

delle donne.

Irma Bandiera venne catturata da una squadra

fascista e seviziata in ogni modo possibile per

giorni affinché rivelasse informazioni sui propri

compagni. Non lo fece. Venne accecata, uccisa da

una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto

pubblicamente, perché tutti vedessero qual’ era la

fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29

anni.

Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non

avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già

scegliendo il futuro dell’Italia. E quella scelta aveva

un prezzo reale: il carcere, la tortura, la morte.

Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono

persino nell’Assemblea Costituente.

Nilde Iotti, che aveva partecipato alla Resistenza

nei Gruppi di Difesa della Donna, divenne una delle

ventuno donne costituenti, e anni dopo, la prima

Presidente della Camera.

Teresa Mattei, partigiana a vent’anni, contribuì alla

scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello

che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti

alla legge.

Ma accanto a queste figure straordinarie c’era la

moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle

piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla

sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una

vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni

sopruso, che avevano allevato i figli nella fame e

sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto

code interminabili per un pezzo di pane, e poi

contribuito a ricostruire un paese devastato dalla

guerra. Insomma, quelle che non sarebbero finite

nei libri di storia e che raramente sono state

ringraziate.

Proviamo a immaginare cosa abbia significato per

quei milioni di donne essere finalmente considerate

cittadine: non più soltanto madri o mogli ma

persone titolari di una volontà politica e di diritti.

Essere convocate, attraverso il voto, a partecipare

alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo:

si saranno percepite come una goccia nel mare o

come parte attiva di qualcosa di più grande?

Con quale emozione avranno vissuto quel

momento?

La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei

giorni:

«Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a

compiere il nostro dovere hanno un’autorità

silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci

sembrano più preziose della tessera del pane…»

«Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni

d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel

simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel

nome. Stringiamo le schede come biglietti

d’amore. Le conversazioni che nascono tra uomini

e donne hanno un tono diverso, da pari…»

Da pari.

Con quel gesto nasceva la promessa di una

Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza.

La promessa di un paese in cui si potesse parlare

liberamente, dissentire, scegliere chi governa,

partecipare alla vita pubblica senza paura.

Una Nazione in cui le donne potessero finalmente

studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare

i propri beni, costruire il proprio destino fuori

dall’obbedienza imposta.

L’effettiva parità salariale – la libertà di camminare

sole la sera o di separarsi da un compagno

violento senza temere per la propria incolumità…

Ecco, queste ultime promesse non sono state

ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico

“dobbiamo” perché se è vero che la sovranità

appartiene al popolo allora ogni cittadino può e

deve partecipare.

Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci

mostra con brutale chiarezza quanto velocemente

il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato

ottant’anni fa continua a ricordarci che la

democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni

libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio

di pretenderla.

Oggi festeggiare gli ottant’anni della Repubblica

serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso

vivere in democrazia; che nessun tiranno decida

per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a

onorare il coraggio di uomini e donne che hanno

combattuto per la nostra libertà e a impegnarci,

ogni giorno, a meritarla.

Irma Bandiera prima di essere fucilata a 29 anni,

fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a

sua madre:

“Ditele che sono caduta perché quelli che

verranno dopo di me possano vivere liberi come

l’ho tanto voluto io stessa.”

Quelli “dopo di lei”, siamo noi.


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