Salute

“La militarizzazione del quartiere Vanchiglia a Torino non è la soluzione. La forza usata in maniera gratuita genera una risposta violenta. Non sarà il caso si schiantarci per ripartire?”: parla Willie Peyote

Si intitola “Anatomia di uno schianto prolungato”, il nuovo album di Willie Peyote che contiene 11 tracce tra cui i singoli “Burrasca” e il singolo in rotazione radiofonica “Kodak“. Tre le collaborazioni con Brunori Sas, Noemi e Jekesa. Al via dal 10 ottobre il tour nei club.

“Mi piaceva l’idea di scegliere un titolo lungo, in controtendenza, e che richiamasse al cinema gli Anni 60-70, – ci ha raccontato il cantautore – ma anche alcuni titoli di Gabriel Garcia Marquez, tipo ‘Cronaca di una morte annunciata’. C’è un riferimento al film ‘Anatomia di una caduta’ del 2023. Il periodo in cui viviamo è pieno di contraddizioni quindi mi piaceva avere un ossimoro nel titolo perché uno schianto prolungato è una contraddizione in termini. Poi, in realtà, la parola anatomia è anche messa lì perché è di fianco al racconto del crollo del sistema nel quale viviamo, della fine della civiltà occidentale. C’è anche il racconto dell’essere entrato in una stagione della vita che per la prima volta comincia ad andare verso la fine, in qualche modo senti proprio il deperimento anatomico del corpo, quindi era il parallelismo fra la caduta interna ed esterna”.

Ti accade specialmente al risveglio alla mattina?
Ride, ndr) Non così tanto. Dipende cosa ho fatto la sera prima, mettiamola così.

“Burrasca” parla anche dell’appoggiarsi a qualcuno in questa epoca. Può accadere in un’epoca così individualista?
Soprattutto perché viviamo in un’epoca individualista è chiaro che non ci salviamo da soli. Bisognerebbe riscoprire il valore della collettività e della comunità. Quindi sì, proprio perché il sistema ci vuole individualisti nelle nostre recriminazioni, nelle nostre lotte, quello occorre è, invece, proprio il senso di comunità e di collettività.

In ‘Sapore di Marsiglia’ fai anche riferimento in particolare al quartiere Vanchiglia a Torino, dove c’è una vera e propria militarizzazione. È questa la soluzione?
No, secondo me, la militarizzazione e la repressione non sono mai una soluzione, però non decido io, purtroppo o per fortuna. Secondo me non è neanche una soluzione intelligente perché tendenzialmente fa sviluppare una risposta uguale e contraria. La forza usata in maniera gratuita genera una risposta violenta.

(Il quartiere Vanchiglia di Torino è stato recentemente al centro di forti tensioni e scontri tra collettivi autonomi e forze dell’ordine, scaturiti dallo sgombero del centro sociale Askatasuna; ndr)

Questo secondo te avviene anche e soprattutto in un momento come questo in cui in Italia c’è un governo di destra o una casualità?
No, non è una casualità, sicuramente non aiuta. Però credo che ci sia una deriva un po’ a livello mondiale del sistema. Il capitalismo non ha un colore politico.

In che senso?
Le lobby non hanno un colore politico. Avere un governo molto a destra sicuramente non aiuta. L’ordine e la disciplina sono un concetto più di destra che di sinistra.

Con i tempi che stanno correndo forse ci conviene nasconderci bene, canti in ‘Mi arrendo’. Nasconderci dove?
Quello bisognava chiederlo a Brunori Sas cosa intendeva in quella frase (ride, ndr). Sentiamo un po’ tutti, la stanchezza, la sensazione di quasi non avere più la forza di resistere, di reagire anche a questo sistema che ci appesantisce.

Perché?
Perché più parlo con le persone più mi rendo conto che siamo tutti appesantiti. Quindi in quel brano cerchiamo di raccontare questa pesantezza, cercando però di lasciare spazio alla speranza e alla voglia di reagire e di nuovo ci arrendiamo al fatto che da soli non saremmo in grado di far nulla. L’interscambio, il fatto che si abbia bisogno di qualcun altro per reggersi in piedi, è proprio una struttura anche architettonica. Cioè nulla rimane in piedi da solo. Per costruire qualcosa bisogna mettersi a disposizione anche dell’altro.

Dedichi una canzone a Luigi Mangione, l’italoamericano accusato dell’omicidio di Brian Thompson, CEO di UnitedHealthcare. Un assassino che diventa eroe. Com’è possibile?
È diventato un personaggio positivo, perché è diventato un meme. Oltre a pensare che il sistema è talmente marcio che qualcuno si è arrabbiato c’è il pericolo che questi gesti estremi possano moltiplicarsi perché è una risposta che se alla gente non gli dai la possibilità di migliorare la propria condizione qualcuno reagirà nel modo più violento. Ma c’è un’altra riflessione…

Quale?
Oggi per diventare un simbolo di lotta devi comunque passare attraverso le logiche di marketing social quindi essere un meme, essere bello esteticamente perché ha anche questo vantaggio Luigi Mangione. Si è scherzato e si è giocato molto su questa cosa della sua bella presenza. Lui, secondo me, racconta un aspetto del tempo che viviamo.

Stiamo assistendo a uno “schianto prolungato”, per citare il tuo disco, nel nostro Paese?
Sì ma non solo nel nostro Paese, nel pianeta. È il sistema proprio che non si regge più tanto in piedi. ce lo diciamo anche da tanto. Questo turbo capitalismo però non finisce mai, quindi la riflessione che volevo sottoporre è un po’ un paradosso quello che sta alla base del disco.

Cioè?
Cioè se davvero questa caduta sta durando così tanto non è meglio schiantarci e azzerare per ricominciare? Si arriva a un punto in cui quasi ci speri nel fatto che le cose finiscano male. Se questo processo di impoverimento generale culturale e economico, non finisce mai, non sarà meglio finirla con uno schianto anche e ripartire?

È anche forse questo è il motivo per cui, per esempio, la guerra in Ucraina e in Iran adesso stanno durando più di quanto ci si aspettasse?
Sì e anche perché non fanno più notizia dopo un po’. Anche per conflitti come quello in Ucraina, come Gaza, come l’Iran ci si abitua in fretta , forse per quello accettiamo che durino di più. Nessuno è intervenuto davvero in questi conflitti, quindi ci si abitua un po’ troppo in fretta anche alle cose negative. Faccio fatica a incontrare qualcuno che mi dica ‘come sto bene in questo periodo’ o ‘come sono felice’. Giovani, vecchi, adulti, bambini, non c’è uno che sia contento. Cazzo, ma non sarà il caso che ci mettiamo insieme e ci confrontiamo sul tema e magari proviamo a capire cosa si può fare in alternativa che non accettare di star tutti male?


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »