Ragazzo cade da un albero al campo estivo e si rompe entrambe le braccia: il tribunale dà torto ai genitori, ecco perché

Un ragazzo di 13 anni, in vacanza dai parenti in Puglia, si frattura entrambi gli avambracci dopo una caduta da un albero durante il campo estivo. I genitori chiedono i danni alla società organizzatrice, ma il Tribunale di Taranto respinge la loro richiesta.
Secondo il giudice, gli animatori non hanno commesso negligenze: il comportamento del minore è stato talmente improvviso da non lasciare loro il tempo di intervenire. I genitori dovranno anche pagare le spese legali dell’associazione, per un totale di 4.500 euro.
Il caso
Estate 2021. Un ragazzo di Torino, ospite a Grottaglie dai familiari per le vacanze, viene iscritto a un centro estivo organizzato da un’associazione sportiva. L’idea è semplice: fargli passare le mattinate in compagnia di altri coetanei, tra giochi e attività all’aria aperta, in un centro sportivo.
La mattina del 30 luglio, però, accade l’imprevisto. Il ragazzo si allontana dal gruppo, si arrampica su un pino alto circa tre metri e cade. L’impatto è violento e gli procura una frattura biossa a entrambe le braccia, una lesione piuttosto seria. Viene subito soccorso dagli zii, che lo portano prima in ospedale per le cure necessarie.
I genitori, a questo punto, decidono di fare causa all’associazione che gestiva il campo estivo e al suo rappresentante legale. La loro richiesta è chiara: vogliono un risarcimento per i danni fisici e materiali subiti dal figlio, oltre al rimborso delle spese processuali.
L’associazione, dal canto suo, si difende sostenendo che non c’è alcuna responsabilità a suo carico. La compagnia assicurativa, chiamata in garanzia, e il legale rappresentante della società, invece, non si presentano nemmeno in aula.
Le motivazioni del giudice
Per il Tribunale di Taranto, con la sentenza depositata lo scorso 15 giugno, la questione va inquadrata nell’ambito della responsabilità contrattuale. Il giudice unico spiega che quando un minore viene iscritto a un centro estivo, tra i genitori e l’organizzazione si instaura un vero e proprio contratto. E da quel contratto nasce per gli animatori l’obbligo di vigilare sulla sicurezza del ragazzo. Come ha già chiarito la Cassazione in passato, chi gestisce queste attività deve proteggere i minori anche da eventuali danni che potrebbero procurarsi da soli.
Ma c’è un punto fondamentale: l’associazione poteva dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare l’incidente. E qui sta il nodo della vicenda.
Dalle testimonianze raccolte durante il processo, è emersa una dinamica molto precisa. Il ragazzo si trovava seduto in cerchio insieme agli animatori e agli altri bambini, intenti a organizzare le attività della giornata.
A un certo punto, senza alcun preavviso, si è alzato di scatto, è corso verso un pino che si trovava a meno di otto metri dal gruppo, ha appoggiato il piede sul tronco e si è lanciato verso l’alto per circa mezzo metro. Poi è caduto in modo scomposto. I testimoni hanno anche raccontato che il tredicenne era più grande degli altri partecipanti e aveva un carattere piuttosto introverso, poco incline a partecipare ai giochi di gruppo.
L’unico testimone portato dalla famiglia era lo zio del ragazzo, ma non ha potuto fornire una versione diversa dei fatti: lui non era presente al momento della caduta ed è arrivato solo dopo, per accompagnare il nipote in ospedale.
Per il giudice, la conclusione è inevitabile. Non si stava svolgendo alcuna attività pericolosa che richiedesse una sorveglianza speciale. Il ragazzo ha agito d’impulso, e gli animatori non hanno avuto il tempo materiale per fermarlo. La sua età, poi, gioca un ruolo importante: a tredici anni non si può pretendere che un educatore gli stia fisicamente accanto in ogni momento, perché è già in grado di valutare da solo i rischi delle proprie azioni.
Il tribunale cita anche una sentenza della Cassazione del 2018, secondo cui gli operatori possono essere sollevati da responsabilità se dimostrano che le lesioni sono state causate da una sequenza di eventi a loro non imputabile e se hanno adottato tutte le misure organizzative necessarie per prevenire situazioni pericolose prevedibili. Ed è proprio quello che è successo in questo caso.
Così, la domanda di risarcimento è stata respinta. I genitori, oltre a non ottenere alcun indennizzo, sono stati condannati a pagare le spese legali dell’associazione: 4.500 euro, più Iva e altri oneri, che andranno direttamente all’avvocato dell’organizzazione.
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