da ripiego ad artefice del trionfo
Lo scudetto della riscossa, o della consolazione nerazzurra, porta un nome e cognome. Perché in una squadra trascinata da diverse individualità – Dimarco e Lautaro su tutti – ma per motivi diversi nessun mattatore, il vero protagonista stavolta siede davvero in panchina. Questa è la vittoria di Cristian Chivu. E ovviamente di chi l’ha scelto.
Ancora una volta, Beppe Marotta si è confermato un maestro, andando a pescare il jolly nel momento di massima difficoltà. Dopo la disfatta di Monaco, la fuga in Arabia di Simone Inzaghi, il rifiuto di Fabregas, la società sembrava essersi fatta trovare impreparata (e probabilmente lo era davvero). Marotta ha puntato su Chivu, contro il parere di tutta l’opinione pubblica. E quello che pareva soltanto un ripiego è diventato alla fine l’artefice del successo. Il motivo per cui l’Inter negli ultimi altri ha vinto, o comunque è sempre stata competitiva, e le altre no, al netto di tutte le dietrologie sulla Marotta League, e delle ombre che adesso si allungano dall’inchiesta della Procura di Milano.
C’è una statistica impressionante che meglio di ogni altra spiega la portata dell’impresa, che oggi è stata abbastanza normalizzata dalla classifica ma in realtà era tutt’altro che scontata: Chivu vince lo scudetto alla sua prima stagione in Serie A (se escludiamo lo spezzone di campionato a Parma l’anno scorso) come era riuscito a fare soltanto Fabio Capello. Ora, non sappiamo se il romeno avrà una carriera alla sua altezza, onestamente è difficile immaginarlo, glielo auguriamo tutti. Di certo nel 21esimo scudetto nerazzurro ci ha messo tanto di suo, andando oltre l’ovvietà per cui per vincere basta allenare la squadra più forte. Semplicemente perché l’Inter non lo era, almeno all’inizio del campionato.
I rischi erano enormi. I pronostici estivi per cui i nerazzurri non sarebbero arrivati tra le prime quattro ce li ricordiamo bene (anche perché eravamo i primi a sostenerlo). Chivu ha ereditato una situazione difficilissima. E per giunta era pure partito male: dopo le due sconfitte nelle prime tre contro Udinese e Juventus gli avevano già fatto il funerale, si scommetteva su quando sarebbe stato esonerato. Invece lui con estrema serenità è riuscito a rialzarsi. E soprattutto a rialzare la squadra.
Anche qui, onore a Marotta: eravamo tutti convinti che questa squadra andasse rasa al suolo e rifondata da zero, e invece si poteva ancora ricostruirla. Un po’ fratello maggiore, un po’ strizza cervelli, Chivu è riuscito a entrare nella testa dei giocatori, capirli, spiegare loro che erano ancora i migliori (almeno in Italia). Appena se ne sono convinti, Lautaro &Co. hanno cominciato a volare in campionato, mettendo in fila quella striscia di vittoria consecutive contro le medio–piccole che poi è risultata decisiva, al di là delle note difficoltà negli scontri diretti.
È stato più di un semplice pilota automatico. La straordinaria empatia con lo spogliatoio basta e avanza per celebrarlo, anche fosse il suo unico merito. Ma poi in campo si è visto anche qualcosa di interessante. Se all’inizio l’Inter sembrava la stessa squadra di Inzaghi, solo più accorta dietro e meno fluida in avanti, quindi peggiore, alla lunga si sono colte delle piccole innovazioni, come pressing accentuato, riconquista e verticalità, e poi la scelta (decisiva) di difendere più alti con un difensore centrale veloce come Akanji o Bisseck al posto di Acerbi o De Vrij. Certo, non vanno dimenticate alcune ingenuità, palesate soprattutto nei big match contro i vari Conte e Allegri, il tempo dirà se figlie solo dell’inesperienza. Ma comunque non gli hanno impedito di dominare la Serie A, chiusa con largo anticipo nonostante qualche brivido finale.
Questo inevitabilmente ci porta anche a riconsiderare un po’ l’epopea di Simone Inzaghi. I maligni dicono che è bastato mettere uno stagista al suo posto per far vincere lo scudetto a questa squadra. I veri tifosi (o semplicemente gli onesti intellettualmente) non dimenticheranno le imprese europee contro Barcellona e Bayern, riconoscendo che nell’Inter di Chivu c’è ancora tanto di quella di Inzaghi, proprio come nella prima di Inzaghi c’era ancora quella di Conte. Certo, questo successo è anche una svegliata salutare per chi riteneva che non ci fosse più altro calcio al di fuori di Simone Inzaghi: il suo era diventato quasi un culto, e come tutti i fideismi, alla fine, sbagliato. È presto per dire se l’Inter sia entrata davvero in una nuova era, o ha semplicemente concluso con una vittoria un ciclo che sembrava finito. Più facile la seconda della prima, dipenderà molto dalle mosse della società. Intanto però l’Inter è tornata a vincere. Con e grazie a Cristian Chivu.
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