Salute

dal 2015 in Arabia Saudita oltre 2000 esecuzioni

Con le ultime impiccagioni di aprile, il numero delle condanne a morte eseguite in Arabia Saudita dal 2015 ha raggiunto e superato quota 2000.

Il macabro conteggio, tenuto dall’Organizzazione saudita europea per i diritti umani, parte dal gennaio 2015, quando è iniziata la carriera politica del principe della Corona e attuale uomo forte del potere saudita Mohamed bin Salman: dapprima come ministro della Difesa e segretario generale della corte reale sotto il regno del padre Salman bin Abdulaziz, poi dal giugno 2017 con la nomina a principe ereditario e dal settembre 2022 come primo ministro.

Sotto bin Salman c’è stato un aumento senza precedenti delle esecuzioni di ogni genere: per omicidio e droga, per reati politici, contro lavoratori e lavoratrici migranti e persino nei confronti di minorenni al momento dell’arresto.

Questa escalation è stata accompagnata da dichiarazioni che affermavano tutto il contrario, coerentemente con la suadente e rassicurante strategia di comunicazione seguita dalla leadership saudita: già nel 2018 bin Salman aveva annunciato che il ricorso alla pena di morte sarebbe diminuito e che comunque non avrebbe riguardato i minorenni al momento del reato, grazie a un divieto contenuto nella Legge sui giovani, sempre del 2018, ribadito poi da un decreto reale del 2020. Nel 2022 c’era stata un’ulteriore promessa: la pena di morte sarebbe stata prevista solo per il reato di omicidio intenzionale.

Invece, non solo le esecuzioni sono aumentate facendo segnare nel 2024 e nel 2025 due record consecutivi (l’anno scorso 356) ma sono proseguite anche quelle dei rei minorenni: delle 17 esecuzioni di questo genere avvenute dal 2015, 13 hanno avuto luogo dopo l’emanazione della legge del 2018 e sei minorenni al momento del reato rischiano tuttora l’impiccagione.

Inoltre, l’analisi delle tipologie di esecuzioni evidenzia che meno della metà del totale, esattamente il 43,9 per cento, ha riguardato l’omicidio intenzionale. Nel 14 per cento dei casi si è trattato di reati politici, giudicati dal Tribunale penale speciale, ossia una corte antiterrorismo.

Un altro impegno preso da bin Salman è stato disatteso: la moratoria sulle esecuzioni per reati di droga, annunciata nel 2021 dalla Commissione saudita per i diritti umani, un organismo governativo. Se solo il 35 per cento del totale delle 2000 esecuzioni dal 2015 ha riguardato quel genere di reati, quelle per droga sono state il 67 per cento di quelle del 2025.

Infine, il 42 per cento del totale delle esecuzioni, 845 su 2000, ha riguardato cittadini stranieri provenienti da 34 stati dell’Asia e dell’Africa e anche uno di nazionalità statunitense.

I processi nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici migranti sono al di sotto di qualsiasi standard internazionale, tra insufficiente assistenza legale e assenza di servizi d’interpretariato. A questo va aggiunto che gli stati di origine tendono a non protestare, limitandosi per lo più a rivolgere qualche educata supplica di natura umanitaria, per evitare di rovinare i rapporti con un enorme mercato del lavoro che dunque produce ingenti rimesse dall’estero.

Per di più, in diversi casi sono state messe a morte lavoratrici domestiche vittime di traffico di esseri umani o che avevano subito violenza da parte dei datori di lavoro.


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