Inter campione d’Italia: perché la finale di Champions persa vale più dello scudetto
Ieri le lacrime, oggi la festa, che per il momento non viene offuscata dalle ombre che si allungano dall’inchiesta di Milano. Questo campionato è la chiusura di un cerchio: pareggia i conti forse no, perché quella ferita era troppo profonda e brucerà a lungo, ma quantomeno li riequilibra un po’, lenisce l’animo nerazzurro. Dopo aver perso tutto, l’Inter è tornata vincere.
Di questo scudetto aveva un dannato bisogno, dopo il drammatico epilogo della scorsa stagione, beffata in Italia dal Napoli di Antonio Conte, umiliata in Europa dal Psg, nello sfottò generale dei rivali. Un po’ come nel 2023, guarda caso anche lì dopo un campionato deludente e una finale di Champions persa, i giocatori lo hanno messo nel mirino da subito: hanno dichiarato l’obiettivo, che era quello e soltanto quello perché non potevano permettersi di finire un’altra volta a mani vuote, e lo hanno raggiunto, sacrificando la coppa, da cui i nerazzurri hanno dato la sensazione quasi di volersi far eliminare, per evitare ogni rischio (e considerata la pericolosa flessione che c’è stata a marzo, e che avrebbe coinciso con le sfide negli ottavi e nei quarti, non si può dire sia stato un calcolo del tutto peregrino).
Dopo una stagione da zero titoli, questa si chiuderà con un meritato scudetto, e la Coppa Italia potrebbe addirittura portare il bilancio a quota due. Messa così, non c’è storia fra le due annate, e pure fra l’ultimo Inzaghi e il primo Chivu, perché poi il discorso è anche quello, considerato che la squadra è molto simile. Eppure questo confronto numerico oggettivo, apparentemente incontrovertibile, non cancella la sensazione che questo campionato sia soltanto una consolazione.
Si è parlato tanto di percorso, in termini soprattutto canzonatori, ma la verità è che l’Inter 2024/2025 ha scritto una pagina di storia del calcio italiano, che certamente avrebbe meritato un finale diverso, ma non per questo può essere dimenticata. E ce ne siamo accorti ancor di più quest’anno, constatando la totale irrilevanza delle italiane in Europa. Il Barcellona, che è stato eliminato dall’Atletico Madrid al termine di due partite sfortunate e comunque bellissime, e soprattutto il Bayern Monaco che ha asfaltato l’Atalanta, eliminato il Real e oggi è la grande favorita per il trofeo, sono apparse di un livello stellare, altro pianeta rispetto alla Serie A. Eppure, l’Inter di Inzaghi le aveva battute, e con merito. Non sappiamo se e quando un’altra squadra italiana sarà in grado di fare altrettanto e giocare una finale di Champions.
Da una parte c’è l’epica di qualcosa che era e rimane straordinario, a prescindere da come sia finita. Dall’altra, invece, l’ordinarietà rassicurante di questo scudetto. Che non vuol dire sminuirlo, perché non era affatto scontato a inizio anno viste le premesse, soltanto contestualizzarlo. È il 21esimo titolo nella storia, il terzo negli ultimi sei anni per la squadra in questo momento egemone in Serie A, arrivato al termine di un campionato modesto dove le avversarie si sono autoeliminate (Napoli, Milan) o proprio non presentate (Juventus), vinto senza particolari tribolazioni, e quindi anche emozioni. E se nel calcio vincere non è l’unica cosa che conta, checché ne dicano alcuni, cosa vale di più, questo piccolo scudetto o quella grande finale persa? Di cosa ci ricorderemo fra 10 anni? Giocatori e tifosi nerazzurri oggi sono sereni, finalmente appagati. Ma in cuor loro sanno che l’anno scorso, almeno per una notte, quella indimenticabile col Barcellona, furono davvero felici.
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