The Venom In The Mouth Of God: La cybermacchina si rimette in moto :: Le Recensioni di OndaRock
Andy LaPlegua è stato uno dei personaggi chiave all’interno della scena elettronica alternativa, prima con il progetto Icon Of Coil (uno dei nomi di punta del movimento futurepop) e successivamente con la creatura Combichrist, ovvero la definitiva trasformazione in qualcosa di più violento e muscolare, quello che un tempo veniva definito industrial da club (album come “Everybody Hates You” e “What The F**k Is Wrong With You People?” hanno fatto ballare una generazione intera di cybergoth).
Più avanti, il musicista norvegese (da tempo già trasferitosi ad Atlanta) scelse di americanizzare questo sound, contaminandolo sia con il metalcore che con l’industrial metal: da essere praticamente un leader, Andy si è così ritrovato a inseguire, muovendosi verso sonorità fin troppo inflazionate, almeno dall’altra parte dell’oceano (con risultati per giunta non sempre all’altezza).
“The Venom In The Mouth Of God” segna un ritorno al di sopra delle aspettative, complice un approccio più equilibrato, capace di mettere in evidenza le diverse anime del progetto: non mancano le chitarre, ma è presente anche una carica non indifferente di trame sintetiche a metà strada tra techno body music e brutalità aggrotech. Se “Odr”, “Desolation” (in parte devota proprio al passato remoto degli Icon Of Coil) e “The Future Is A Memory” rappresentano una tripletta davvero incoraggiante, con “Born Deströyer” LaPlegua piazza quella bomba che mancava da troppo tempo nella sua discografia, alternando clean vocals a quella timbrica più aggressiva che abbiamo spesso ammirato nel corso della sua carriera.
Anche le composizioni più votate al metal, come ad esempio “Rise” o la cadenzata “Venom”, fanno il loro sporco dovere, ma nel complesso la musica dei Combichrist è tornata a funzionare perché ha scelto di bilanciare il passato con il presente, recuperando la sua forma melodica e tante vecchie sfumature purtroppo abbandonate lungo il percorso (qui c’è spazio anche per una cupa parentesi dal sapore electro-industrial, “The Way We Want To Be Seen”).
Tredici brani sono troppi, quello sì, perché con una decina di pezzi questo “The Venom In The Mouth Of God” avrebbe funzionato sicuramente meglio, ma a prescindere da tutto, finalmente abbiamo l’occasione di riaccogliere a braccia aperte un progetto che negli anni ha promesso tanto ma che ha mantenuto solo a metà. Forse è tardi per ballare ancora (i cybergoth in Italia si sono praticamente estinti), ma le sensazioni sono piacevoli e cariche di sana nostalgia, un motivo in più per riavvicinarsi a un nome che adesso cercherà di riconquistare la fan-base europea.
26/07/2026
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