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Naked Lunch – Lights (And A Slight Taste Of Death): Ricette contro il sapore di morte :: Le Recensioni di OndaRock

Sono passati ben trentacinque anni dagli esordi degli austriaci Naked Lunch, band capitanata da Oliver Welter che ha ottenuto l’attenzione di qualche addetto ai lavori con “Spark”, singolo incluso nel non memorabile album “Superstardom” del 1997.
Due album decisamente più a fuoco (“Love Junkies” del 1999 e “Songs For Exhausted” del 2004) sono stati ben accolti da pubblico e critica, grazie a un sound dalle disparate e interessanti influenze (Notwist, RadioheadKeane).

Attratto dal cinema e cimentatosi come attore e compositore di colonne sonore (l’ultimo lavoro del gruppo, risalente al 2015, è la soundtrack del film “Jack”), Oliver Welter ha dovuto affrontare gravi problemi di salute, prima di rimettere in moto la band.
L’atteso ritorno discografico, “Lights (And A Slight Taste Of Death)” non è il classico comeback album: non è una questione di stile o di riferimenti (i Radiohead sono sempre presenti, ma si potrebbero citare Pulp e Peter Gabriel senza essere sconfessati), quel che questa volta Welter mette in scena è un insieme di canzoni agrodolci e ricche di pathos, che bramano un più profondo riscatto emotivo e artistico.

Non deve essere stato comunque facile coltivare un’attitudine musicale così intensa nell’ombra. I Naked Lunch sono il classico esempio di band avversata dalle circostanze: Klagenfurt non è Londra, e senza dubbio in un diverso contesto il distillato indie-rock degli austriaci avrebbe ottenuto maggior attenzione. “Lights (And A Slight Taste Of Death)” non è un capolavoro né rivoluziona quanto finora raccontato nel solco di certo pop-rock d’autore, ma la qualità della scrittura e la sapienza degli arrangiamenti offrono più di un motivo d’interesse.
Sarà forse merito della passione di Welter per il cinema  e per le colonne sonore. ma quel che è certo è che il disco dei Naked Lunch scivola via come un buon libro, come un avvincente racconto, o se preferite come una rock-opera dai contorni aspri e viscerali.

È vero che per assistere a un’intensa deflagrazione sonora bisogna attendere i poco meno di due minuti della decima traccia “If This Is The Last Song You Can Hear” e che solo l’abbraccio finale dell’album (“Going Underground”) possiede quel quid che invita a un istantaneo repeat. Eppure, squarciato il velo e vinto lo scetticismo iniziale, l’album svela il proprio fascino: Oliver canta con sconforto ed enfasi una ballata per piano e archi dai contorni glam con un piglio a metà strada tra i Pulp e i T-Rex (“To All And Everything I Love”), indugia sulla malinconia nella romantica escursione slowcore/dark di “We Could Be Beautiful”, flirta con la febbricitante poetica di Nick Cave in “Bring On The Lights”, veste i panni di un improbabile artista pop nell’energica “Blackbirds”. Ma è nei frammenti brevi o più noir che viene fuori la vera anima del musicista, come testimoniano brani come “Only Hollow“, “Come Into My Arms” e “Fuck My Senses”.

È un disco sincero e onesto, “Lights (And A Slight Taste Of Death)”, dietro queste quattordici canzoni si nasconde una personalità artistica complessa e intrigante. Un disco che forse non cambierà la vostra vita, come il 99% delle uscite attuali, ma saprà  conquistare uno spazio nei vostri ascolti: se nutrite ancora qualche perplessità, concedetevi quattro minuti per ascoltare il jazz-noise-rock di “I Saw” prima di decretare un giudizio finale sulla band austriaca.

03/05/2026




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