The Boo Radleys – In Spite Of Everything
La seconda vita dei Boo Radleys, quella che vede l’assenza di Martin Carr, si arricchisce di un nuovo tassello, probabilmente il migliore da quando Sice, Tim e Rob hanno deciso di riprendere in mano quel nome storico per l’indie-pop-rock inglese degli anni ’90.

Un disco cha affronta un dolore. Un grande dolore. La scomparsa del figlio di Tim Brown. Chissà se Sice, che di professione non è solo cantante, ma è anche affermato psicologo, ha aiutato il suo compagno di band ad affrontare quella sofferenza, magari coinvogliando tutto dentro la musica, il lutto, le lacrime, la disperazione, la rabbia, ma anche la speranza, la voglia di riprendere. Un peso che non soffoca i Boo Radleys, ma che li spinge a fare, ancora un volta, quello che in realtà hanno sempre fatto da una vita, ovvero mescolare le carte, spingere forte il pedale sulla varietà sonora, questa volta con un senso melodico forte e chiaro, cosa che mi spinge a dare in pagella un doveroso 7,5, perché sentire i Boo così melodicamente briosi mi fa davvero piacere. Attenzione non sono le melodie limpide e solari di “Wake Up!”, non aspettatevi brani scanzonati come in quel disco, ma sappiate che tutto fila al posto giusto, con le declinazioni della parola pop ben conosciute e con una chiara capacità di realizzare ritornelli decisamente appiccicosi.
Già la partenza con “Affected/Rejected” è chiara, perché il biglietto da visita e ricco e mette già in mostra il vigore del trio. Sice in forma che modula le sue linee vocali alla grande, chitarrone che fanno capolino ma anche Tim e Rob pronti a lavorare forte sul ritmo cangiante tra post-punk e psichedelia, sembra quasi di essere tornati ai tempi di “C’mon Kids”. Partire con il piede giusto è fondamentale e i Boo da qui vanno letteralmente in discesa. Ecco che viaggiare forte sull’art-pop con i synth in prima linea (“Do Better, Know Better”) non è un problema, sfornare un ritornello di quelli da altissima scuola pop è ancora più facile (“This Is Place”), ma nemmeno rallentare il ritmo e farsi oscuri e quasi oppressivi (“Song For Natalie”) suona fuori posto.
Due perle pop in realtà erano già state svelate con i singoli apripista, parliamo della spigliatissima “Bring Them Back Again” che sembra un mix tra il glam e la disco e quella “Living Is Easy”, che cavalca l’anima più elettronica della band, che ad ogni ascolto resta sempre di più appiccicata alla testa con quel taglio scarno in cui la voce di Sice è fondamentale, prima di un ritornellone da cantare a pieni polmoni. Menzione d’onore per “Wasn’t I Enough?” che chiude il disco proprio come si era aperto, con una canzone profondamente cangiante, nel ritmo, nei suoni e nel mood. Ci si addentra in un territorio oscuro, squarciato da bagliori epici e rumorosi, come se davvero la band ci dicesse che dal buio si può uscire, la luce può veramente arrivare, forte e potente: e poi ecco quel finalone catartico in cui la chitarra distorta prende la scena principale in un climax bellissimo supportato dalle voci.
Io ai Boo voglio molto bene e sarebbe facile premiarli in virtù di un glorioso passato, ma ora, più che mai, Sice e compagni dimostrano che il presente è roseo. Bravi.
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