Kneecap – Fenian | Indie For Bunnies
Scrivere dei Kneecap resta un esercizio pericolosamente affascinante.
Il loro nome, volutamente provocatorio, porta con sé un’eco scomoda della storia nordirlandese, e non è certo un caso. Nel tempo li abbiamo raccontati spesso, non soltanto per la musica ma per tutto ciò che la circonda: un universo politico e sociale che li espone allo scontro con istituzioni e opinione pubblica. Cercano il conflitto? Forse sì. Ma è anche vero che quel conflitto lo incarnano, lo riflettono, lo restituiscono senza filtri: perché a Belfast certe tensioni non sono mai diventate davvero passato.
Si definiscono “ceasefire babies“, figli del cessate il fuoco seguito agli accordi del 1998, ma cresciuti tra murales, simboli e crepe ancora ben visibili nel tessuto della città. Ed è proprio da lì che prende forma la loro identità: sospesa, irrequieta, mai pacificata.
La leggenda di Móglaí Bap, Mo Chara e DJ Próvaí – quest’ultimo sempre nascosto dietro un passamontagna con i colori della bandiera irlandese – comincia nel 2017, con un episodio che sembra già scritto per diventare racconto fondativo. Fermato dalla polizia per aver tracciato la parola “CEARTA” su una pensilina, Móglaí Bap rifiuta di parlare inglese durante l’interrogatorio, pretendendo l’uso esclusivo dell’irlandese. Un gesto ostinato, quasi performativo, che si trasforma in dichiarazione politica.
Da quell’episodio nasce “C.E.A.R.T.A”: un brano ruvido, essenziale, attraversato da una rabbia che non cerca mediazioni. Più che una canzone, un atto di resistenza linguistica che diventa subito inno. Doveva essere contenuto, finisce per detonare. E da quel momento, per i Kneecap, la traiettoria sembra già segnata.

Successivamente arrivano due album che definiscono davvero le fondamenta dei Kneecap per come li conosciamo oggi. “3CAG”, il debutto del 2018, è un lavoro crudo e diretto, dove satira, riferimenti alla droga e critica sociale si intrecciano senza mediazioni, imponendoli subito come voci scomode ma autentiche della gioventù nordirlandese.
Con “Fine Art”, prodotto da Toddla T, arriva un salto di qualità: il suono si amplia, mescola rave, hip-hop e suggestioni più tradizionali, trovando una forma più compatta e consapevole. La produzione è più rifinita, le strutture più solide, ma l’attitudine resta intatta: cambia l’estetica, non l’intenzione: sempre politica, sempre pronta a colpire.
Su “FENIAN” i Kneecap trasformano la loro fama turbolenta in qualcosa di ancora più denso e consapevole. L’impatto iniziale è quello di un disco aggressivo, quasi trionfante, che affonda le radici tanto nel rap militante quanto in una certa tradizione provocatoria alla N.W.A: attitudine da agitatori, lingua affilata e nessuna intenzione di arretrare.
Tracce come “Éire go Deo” e “Smugglers & Scholars” impostano subito il tono, tra rivendicazione identitaria e attacco diretto alle istituzioni, mentre “Liars Tale” spinge tutto verso un territorio più esplicitamente conflittuale.
Dal punto di vista sonoro, il lavoro è più ambizioso e stratificato: la produzione (guidata anche da Dan Carey) amplia lo spettro tra rave, hip-hop e suggestioni più oscure. Brani come “Big Bad Mo” e “Carnival” sono veri detonatori, costruiti su beat massicci e hook immediati, pensati tanto per lo scontro quanto per la massa. Ma è quando il disco rallenta che emerge la sua vera profondità: “Cocaine Hill” arricchita dalla voce eterea di Radie Peat, abbandona l’euforia per un’atmosfera più cupa e allucinata, mentre “Headcase” lascia intravedere crepe fatte di ansia e perdita di controllo.
In mezzo, “Palestine” (feat. Fawzi) espande il discorso oltre Belfast, intrecciando solidarietà internazionale e coscienza politica, mentre “Carnival” e altri episodi giocano apertamente con il loro stesso mito mediatico, tra processi, polemiche e auto-narrazione.
Il momento più forte, però, arriva in chiusura con “Irish Goodbye” (feat. Kae Tempest), che ribalta tutto: niente più provocazione frontale, ma un tono intimo, quasi fragile, che aggiunge peso emotivo a un disco già carico.
Il risultato è un album che vive su più livelli: da un lato una dichiarazione di forza, piena di energia e sfida; dall’altro un lavoro più inquieto e complesso, dove sotto la superficie dello scontro si muove qualcosa di più umano e instabile. Non è solo rumore e polemica: è una band che, nel pieno del caos, dimostra di avere ancora molto da dire, e soprattutto come dirlo.
E se tutto questo non bastasse, ci pensano loro a mettere le cose in chiaro:
Hanno provato a fermarci etichettandoci come “terroristi”, con cancellazioni di concerti e con dichiarazioni del Primo Ministro in persona.
Avevamo tutta la determinazione di cui avevamo bisogno. Questa non è una reazione impulsiva, ma una risposta ponderata a chi ha provato a metterci a tacere. E ha fallito.
Abbiamo realizzato questo album con Dan Carey, un produttore con cui siamo onorati di aver lavorato. Il suono è più sinistro, perché viviamo tempi sinistri. Ma anche di sfida e trionfante.
Ispirato e orgogliosamente intitolato “Fenian”, l’album prende il nome dai guerrieri del folklore irlandese e diventato in seguito termine dispregiativo per gli irlandesi.
Ora lo usiamo per definire chiunque dica la verità al potere.
Dopo 800 anni di colonizzazione, pensavano che la lingua irlandese sarebbe morta. Non è successo, grazie alla Muintir na Gaeltachta e a tutti i gaelici che si sono rifiutati di lasciare distruggere la propria cultura e la propria lingua.
I Kneecap correvano lo stesso rischio… ma siamo ancora qui.
The Paddies are back.”
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