Bonner Kramer & Thurston Moore – They Came Like Swallows
Appena ho letto le note di “They Came Like Swallows” di Bonner Kramer e Thurston Moore, il pensiero è subito andato al magnifico ultimo disco dei Godspeed You! Black Emperor: “No Title As Of 13 February 2024 28,340 Dead”. Dopo aver ascoltato questa perla di Bonner Kramer e Thurston Moore, devo dire che l’affinità con il lavoro dei Godspeed You! Black Emperor non è solo politica ed etica ma anche legata all’altissima qualità di queste opere.

Come noto, “They Came Like Swallows è stato pubblicato con il sottotitolo “Seven Requiems for the Children of Gaza”. Il lavoro nasce da sessioni registrate in Florida e dedicato alle vittime della guerra in Palestina.
Il disco non suona mai come un manifesto ideologico in senso stretto. È piuttosto un paesaggio di rovine: organi spettrali, chitarre abrasive, droni che sembrano emergere da una città svuotata, ritmi primitivi e improvvise aperture melodiche. Kramer costruisce strutture poetiche e malinconiche mentre Moore interviene con la sua chitarra come una forza tellurica che apre fenditure nel suono. Il loro dialogo ricorda certi incontri impossibili tra il minimalismo cosmico di Terry Riley e il rock dissonante proprio dei Sonic Youth.
Non ci sono momenti pensati per catturare l’ascoltatore; tutto il disco sembra concepito come un’unica lunga corrente emotiva. In un’epoca in cui molta musica sperimentale appare fredda e intellettuale, Kramer e Moore riescono invece a creare qualcosa di profondamente fisico: un album che vibra, geme, respira. I brani sono sette come le Meraviglie e tali sono. Si susseguono come in una processione.
“Urn Brutal” e “The Redness In The West” hanno una tensione continua e irrisolta che ti contorce gli organi interni.
In “The Third Migration” una chitarra meravigliosamente distorta e un piano attraversano un ritmo post-rock. La title-track incalza con un tema mantrico che cresce tra mille variazioni e finisce per disperdersi nel feedback. “The Living Theater” nella prima metà è un dolce dialogo tra un piano e una chitarra morenti e poi si trasforma in un assolo distorto e lancinante. Arriviamo a “Oceans Are Crying”, una delle tante vette di questo disco memorabile. Qui le scosse di chitarra sono qualcosa di maestoso, e piovono sulle note del piano come un bombardamento. Mozzafiato. Chiude l’album la cover di “Insight” dei Joy Division, dove Ian Curtis riemerge attraverso il rumore come un santo radiofonico. La frase “I’m not afraid anymore” non suona liberatoria ma pronunciata da qualcuno che ha attraversato talmente tanto dolore da aver smesso di sentirlo.
La chitarra di Moore non ha più nulla della giovinezza nervosa del rock alternativo. Qui è una lingua corrosa dal sale, un filo elettrico sospeso sopra le macerie. Ogni feedback sembra cercare un corpo perduto. Kramer, invece, costruisce spazi vuoti: organi lontani, droni che si muovono come nebbia dentro edifici abbandonati, percussioni che paiono provenire da un rito dimenticato. Insieme, i due musicisti sembrano officiare una messa per un mondo già morto ma ancora incapace di riconoscersi tale. A tratti sembra di sentire il respiro stesso dell’amplificatore: un animale stanco, enorme, che continua ostinatamente a vivere. Ascoltare “They Came Like Swallows” lascia addosso l’impressione di essere sopravvissuti.
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