Mezzo punto di Pil in fuga: il rientro di metà dei giovani in Italia varrebbe 12 miliardi

Il conto dell’emorragia giovanile non è più soltanto un problema anagrafico. È una perdita secca per l’economia italiana, quantificabile in 12 miliardi di euro, l’equivalente di mezzo punto di Pil.
L’ha calcolato il Centro studi Tagliacarne per Unioncamere incrociando dati originali e fonti istituzionali: se anche solo la metà dei venti-trentaquattrenni emigrati negli ultimi cinque anni tornasse in Italia, l’impatto sulla ricchezza prodotta dal Paese raggiungerebbe quella cifra.
La radiografia del sistema produttivo mostra un paradosso sempre più costoso. Le aziende capaci di attrarre e trattenere talenti sotto i 35 anni hanno una produttività superiore del 7,2 per cento. L’Istat certifica che le imprese con una quota maggiore di giovani crescono più delle altre, con un vantaggio di 1,5 punti percentuali su fatturato e occupazione. Eppure la struttura della forza lavoro spinge nella direzione contraria: negli ultimi vent’anni gli occupati over 50 sono raddoppiati, passando dal 20 al 40 per cento del totale, mentre gli under 35 sono scesi dal 35 a meno del 25 per cento, come rileva il Cnel.
Il vero freno si nasconde nella capacità di rinnovarsi. L’Istat ha misurato la propensione all’innovazione in base all’età media degli addetti: l’impulso a innovare i processi cresce fino ai 36 anni, quello sui prodotti fino ai 42, poi si affloscia. Con l’attuale profilo anagrafico, il 60 per cento delle imprese italiane ha già superato la soglia oltre la quale la spinta a innovare cala drasticamente. Significa che la macchina produttiva sta invecchiando insieme ai suoi occupati, rinunciando a una fetta decisiva di trasformazione digitale e sostenibile.
“Le nuove generazioni vivono con minori barriere culturali, territoriali e sociali rispetto al passato”, osserva il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “Grazie a iniziative come l’Erasmus si sentono naturalmente cittadini europei. L’Europa è uno spazio concreto di studio, lavoro, opportunità. Confrontano salari, qualità del lavoro, accesso all’innovazione e possibilità di crescita. È un cambiamento culturale profondo, che parla di una nuova idea di vita, famiglia e realizzazione personale. Valorizzare la loro creatività e la capacità di innovazione richiede uno sforzo comune. Le Camere di commercio sono in campo e pronte a fare da ponte tra imprese e sistema della formazione”.
L’investimento sui giovani, sulla carta, esiste già. Ogni anno il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro rileva che le imprese destinano agli under 30 circa il 28 per cento dei contratti programmati. Solo che l’anno scorso il 48 per cento di quelle posizioni è rimasto scoperto, nel 31 per cento dei casi per mancanza di candidati. Un disallineamento che rischia di aggravarsi: tra il 2026 e il 2029, incrociando la domanda di aziende e pubblica amministrazione con i laureati in uscita, mancheranno oltre 13 mila laureati Stem all’anno, soprattutto ingegneri, economisti e medici.
Intanto il rubinetto dell’emigrazione resta aperto. In dieci anni i giovani tra i 20 e i 34 anni che hanno lasciato l’Italia sono quasi raddoppiati, passando da 37 mila a 70 mila, con un balzo dell’85 per cento (dati Eurostat). Oggi emigrano 8 giovani ogni mille residenti, più del doppio della Germania e più della Spagna. Non è soltanto un’emorragia demografica: il Cnel ha calcolato in 159,5 miliardi di euro il valore del capitale umano emigrato tra il 2011 e il 2024, una cifra che rappresenta il 7,5 per cento del Pil nazionale.
È in questo scenario che l’analisi Tagliacarne-Unioncamere prova a disegnare un’inversione di marcia. Far rientrare la metà dei 20-34enni espatriati nell’ultimo quinquennio – poco più di 250 mila persone – genererebbe un beneficio fino a 12 miliardi di euro, circa mezzo punto di Pil. Non una previsione, ma la misura esatta del valore che il Paese perde ogni anno lasciando andare via energie, competenze e futuro.
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