Mesh – No Fun At All
Ed eccoci qui a raccontarvi il debutto di una interessantissima band di Philadelphia: i Mesh.
Sono quattro ragazzi che suonano insieme dal 2019. All’inizio era tutto un progetto lo-fi casalingo, nato nella classica scena DIY di una città viva e prolifica, dove il talento trova ancora molte possibilità di esprimersi grazie a una rete di piccoli locali e spazi indipendenti.
Facciamo una breve presentazione del gruppo, perché ognuno dei componenti porta con sé una sensibilità precisa, contribuendo a creare un suono immediatamente riconoscibile. La formazione è rimasta stabile negli anni ed è composta da Sims Hardin (chitarra e voce), Allison Durham (chitarra a 12 corde e voce), Tom Riese (basso) e Steve Darling (batteria, oltre a occuparsi della grafica della band e delle copertine).

Una delle caratteristiche più interessanti dei Mesh è il continuo dialogo fra le voci di Hardin e Durham. Non è il classico schema cantante/cori: spesso cantano insieme, si rincorrono o si alternano, creando un equilibrio particolare. A questo si aggiunge la 12 corde di Durham, che dona quel timbro brillante e leggermente sospeso che diventa uno degli elementi distintivi del gruppo.
Nel 2019 pubblicano tre demo che attirano l’attenzione della piccola ma vivace scena punk e post-punk americana. Nel 2021 arriva il primo EP, “Mesh”, pubblicato in formato cassetta dalla Born Yesterday Records di Chicago. In quella fase il suono è volutamente molto lo-fi: registrazioni casalinghe, chitarre asciutte e brani brevissimi, quasi sempre sotto i tre minuti.
Dopo l’EP la band non ha pubblicato immediatamente nuovo materiale. Ha preferito concentrarsi sull’attività dal vivo, affrontando diversi tour nel Midwest e sulla East Coast e continuando nel frattempo a scrivere. Questo aiuta a spiegare il lungo intervallo di cinque anni che separa l’EP dal debutto su LP.
Con “No Fun At All” il salto è evidente. I Mesh abbandonano l’estetica più strettamente lo-fi degli esordi per arrivare a una produzione più definita (registrata insieme a Ian Norris e masterizzata da Alex Nagle), senza però perdere quella sensazione di immediatezza e urgenza che li aveva caratterizzati fin dall’inizio.
Dal punto di vista delle influenze, sono loro stessi a parlare di un incrocio fra il post-punk britannico dei primi anni Ottanta, l’indie/jangle della stessa epoca e l’energia della scena DIY di Philadelphia.
C’è però un nome che, curiosamente, non viene quasi mai citato quando si parla dei Mesh: i Violent Femmes. Non direi che i Mesh suonino come i Violent Femmes, ma che condividano una certa fisicità del groove. È una parentela che riguarda il modo in cui i pezzi si muovono più che il timbro o la scrittura.
In brani come “Hold On To” o “Boots on the Pavement” si sente quel basso molto melodico e in primo piano, una batteria che spinge senza diventare pesante, chitarre asciutte e percussive più che “epiche”, e un senso di urgenza che ricorda il lato più ritmico dei Femmes. Un altro nome che mi viene in mente, e che spesso manca nelle recensioni, è quello dei Television Personalities: quella combinazione di leggerezza, ironia e chitarre nervose riaffiora, secondo me, anche nel mondo sonoro dei Mesh.
La cosa più sorprendente di “No Fun At All” è che il suo fascino non si esaurisce al primo ascolto, anzi forse comincia proprio lì. All’inizio ti colpiscono i suoni: quelle chitarre luminose e sovrapposte, il ritmo che non molla mai la presa, quelle voci un po’ naive che sembrano quasi arrivate da una serata al karaoke più che da una sala prove. C’è qualcosa di volutamente imperfetto e umano nel modo in cui i Mesh cantano, una qualità che invece di allontanarti ti fa venire voglia di avvicinarti.
Poi, tornando dentro gli stessi pezzi, inizi a scoprire gli archi nascosti. Una seconda chitarra che entra solo per quattro battute, un controcanto che al primo giro non avevi notato, una linea di basso che cambia leggermente il senso dell’armonia, un dettaglio ritmico che sembrava casuale e invece era esattamente al suo posto. Ogni canzone è una piccola cattedrale costruita con materiali semplici: niente virtuosismi esibiti, solo una quantità impressionante di idee incastrate con naturalezza.
E poi c’è quella sensazione di paesaggio. I Mesh arrivano da Philadelphia, ma stranamente quando li ascolto la città sembra sparire. Quello che rimane è più una strada di contea che un centro urbano: campi, silos, pali della luce, un cielo molto ampio sopra la testa. Non tanto il Midwest delle grandi pianure, quanto quella zona di confine dove la periferia americana finisce e la campagna comincia. Un luogo in cui senti ancora il rumore lontano della città, ma hai già il profumo dell’erba tagliata e del granoturco nell’aria.
Forse è questo il loro piccolo miracolo: riuscire a creare uno spazio aperto senza mai rallentare davvero. Il ritmo continua a spingere, ma non mette ansia; le chitarre si moltiplicano, ma non creano confusione. Al contrario, ti accompagnano. Alla fine “No Fun At All” non sembra soltanto un disco da ascoltare, ma un posto in cui passare un po’ di tempo.
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