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Luca di Treviso, 25 anni, sequestrato sulla Flotilla: «Ho lividi su tutto il corpo. Le ore che abbiamo passato in ostaggio non sono state semplici. Quando ti puntano una pistola alla testa hai pensieri accelerati»

Che cosa avviene poi?

«Al quinto giorno di navigazione, verso le 21, ci arriva una comunicazione che c’è un problema alla nave bianca, una delle imbarcazioni che compone la Flotilla. Iniziamo a perdere tutti i contatti radio e capiamo che c’è qualcosa che non va, ma riusciamo a renderci conto dell’entità del problema. Iniziamo ad accelerare, noi eravamo a meno di 20 miglia dalle acque territoriali greche, pensavamo quindi di essere al sicuro»

Quando capite che si tratta di soldati israeliani?

«Il cielo era pieno di droni e da una serie di modalità intuiamo che possa trattarsi di loro. Ma fino alle 3 di notte non abbiamo avuto chiarezza. La mia nave è stata l’ultima a essere intercettata. La sorpresa è stata piuttosto di essere bloccati in acque territoriali greche, al largo di Creta».

Che cosa succede?

«Ci affianca un gommone con 9 soldati. Noi mettiamo in atto le procedure della flottiglia. Ci mettiamo con le mani in alto. Ma i soldati ci perquisiscono, ci tolgono i giubbotti di salvataggio, i telefoni, vedo il mio marsupio volare in mare e ci urlano di stare inginocchiati con faccia in giù a mani alzate. Poi estraggono una pistola e la puntano alla tempia».

E vi caricano su un gommone?

«Sì, veniamo portati su una nave militare israeliana. Lì subiamo una nuova perquisizione, ci picchiano, ci ripuntano addosso le armi».

Perché venite picchiati?

«Ci danno indicazioni discordanti. C’è chi dice: “indietreggia”, chi: “avanza”. E ogni supposto errore è l’occasione per le percosse. Io ho lividi su tutto il corpo e una costola incrinata».

Vi danno cibo?

«Distribuiscono acqua e alcuni panini, ma decisamente insufficienti perché siamo 175. E ci danno solo affettati e carne di maiale. Oltre la metà dei ragazzi è musulmana».

Quanto state sulla nave israeliana?

«30 ore: dall’oblò vediamo il mare e capiamo che ci stiamo muovendo. Il timore è di essere arrivati in Israele. Del resto ci avevano minacciato di passare due mesi nelle prigioni israeliane. Arriva l’ordine di scendere, ma noi facciamo catenaccio perché sappiamo che 4 compagni sono stati messi in isolamento e chiediamo che vengano sbarcati insieme a noi. Loro si irritano, picchiano. Partono due colpi di pistola, scopriremo poi che si tratta di proiettili di gomma. Solo quando ci sbarcano capiamo di essere a Creta».

Anna Ghedina

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