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Liquori italiani alla prova della crisi: export, cocktail e premiscelati per rilanciare il settore

Nel 2025, in Italia e sui principali mercati esteri, il settore di liquori e spirits ha rallentato per effetto della frenata dei consumi e del commercio mondiale, ma le imprese italiane hanno retto meglio dei concorrenti puntando su export, cocktail, prodotti ready to drink e nuove abitudini di consumo, secondo i dati elaborati per Assodistil da Nomisma e dall’Osservatorio Distillati di Format Research.

Liquori e spirits, l’export italiano arretra ma resta sopra il 2019

Il fatturato estero degli spirits made in Italy ha raggiunto nel 2025 quota 1,7 miliardi di euro, con un calo del 5% rispetto al 2024. Il dato, letto da solo, racconta una battuta d’arresto; messo però accanto al periodo pre-pandemia mostra una crescita del 33,7% rispetto al 2019, segno che il comparto ha conservato una base internazionale più ampia rispetto a sei anni fa.

La frenata non riguarda solo l’Italia. Dopo una fase di espansione sostenuta, il mercato mondiale dei distillati ha registrato una contrazione diffusa, con risultati peggiori per diversi concorrenti diretti: Francia e Stati Uniti hanno perso entrambi l’11%, mentre il Messico ha segnato un calo del 17%. In questo quadro, la tenuta italiana appare legata alla varietà dell’offerta e alla capacità di presidiare nicchie diverse, dai liquori tradizionali ai prodotti pensati per la miscelazione.

«In uno scenario sempre più competitivo — hanno spiegato da Assodistil — emerge la necessità di puntare sulla diversificazione geografica dell’export e sull’innovazione dell’offerta, intercettando le nuove tendenze di consumo». Tradotto: non basta più vendere nei mercati maturi, serve cercare spazi dove la domanda cresce ancora, anche se con ritmi meno lineari.

Consumi più prudenti, qualità e moderazione guidano il mercato interno

Sul mercato nazionale, il consumo di spirits in Italia si è attestato nel 2025 a circa 125 milioni di litri, in calo del 10% rispetto al 2019. Gli italiani bevono meno, o comunque scelgono con più cautela: una tendenza che gli operatori descrivono come selettiva, con maggiore attenzione alla qualità, al prezzo e all’occasione di consumo.

I liquori restano la categoria principale, con il 52% dei consumi complessivi. Seguono rum all’11%, grappa al 10%, vodka all’8% e gin al 7%. Numeri che confermano un mercato ancora molto legato alla tradizione nazionale, ma attraversato da mode più recenti, spesso nate nei locali delle grandi città e poi arrivate nelle case.

C’è poi il tema della moderazione. Secondo le rilevazioni citate da Assodistil, il 15% degli italiani si dice interessato a consumare o provare spirits low alcohol. Non è ancora una quota maggioritaria, ma indica una direzione precisa: meno quantità, più controllo, prodotti percepiti come adatti a un consumo meno impegnativo. Una linea sottile, per le aziende. Ma ormai visibile.

Mixology e ready to drink cambiano le abitudini di consumo

La spinta più evidente arriva dalla mixology, ormai uscita dal perimetro dei cocktail bar. L’80% dei consumatori che frequenta i locali preferisce consumare spirits in modalità miscelata, mentre nel consumo domestico la quota arriva al 52%. Un dato che racconta bene il cambiamento: il cocktail non è più solo una scelta da bancone, ma anche un rito da salotto, magari il venerdì sera, con bicchieri bassi, ghiaccio e bottiglie acquistate al supermercato o online.

In parallelo continuano a crescere i ready to drink alcolici, cioè i premiscelati già pronti al consumo. Nel 2025 hanno raggiunto 22,4 milioni di litri consumati, confermando l’interesse per prodotti pratici, con gradazioni spesso più contenute e formati adatti a occasioni informali. Non è solo una moda giovanile, spiegano gli operatori: conta la facilità d’uso, conta la riconoscibilità del gusto, conta anche il fatto di non dover preparare nulla.

Le imprese italiane stanno quindi lavorando su ricette, packaging e posizionamento. Dai classici aperitivi italiani ai nuovi cocktail in lattina, il settore prova a intercettare chi beve meno ma vuole un prodotto riconoscibile. «Il consumatore è più attento, confronta, sceglie», ha confidato un operatore del comparto durante un recente confronto di settore. E le aziende, in quel momento, devono farsi trovare pronte.

Le richieste della filiera: innovazione, mercati esteri ed etanolo per carburanti

Accanto ai dati sui consumi, resta aperto il nodo industriale. Assodistil chiede di sbloccare anche il tema dell’etanolo destinato ai carburanti, considerato un canale rilevante per la filiera e per l’utilizzo delle produzioni agricole e industriali collegate. La questione, più tecnica che commerciale, riguarda però equilibri economici concreti: impianti, forniture, programmazione.

Anche Federvini insiste sulla necessità di puntare su nuovi prodotti, mercati più dinamici e capacità di racconto del made in Italy. In una fase in cui la domanda mondiale rallenta, la competizione non si gioca soltanto sul prezzo, ma sulla riconoscibilità dei marchi e sulla coerenza dell’offerta. Vale per un amaro venduto in Germania, per un liquore da cocktail negli Stati Uniti, per una grappa proposta in Asia.

Il 2025 consegna dunque un settore meno brillante nei volumi, ma ancora solido nei fondamentali. La crisi globale pesa, e i numeri lo dicono senza giri di parole. Eppure liquori e spirits italiani restano sopra i livelli del 2019 e continuano a muoversi tra tradizione, miscelazione e innovazione. Sarà lì, con ogni probabilità, che si misurerà la prossima fase della competizione.


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