Hamilton: “A Monza conta solo la Ferrari. Il Mondiale è possibile”
Lewis Hamilton, è la sua seconda Monza in rosso, ma stavolta ci arriva avendo già vinto con la Ferrari, a Barcellona. Fa la differenza?
«Molto, sono in una posizione migliore rispetto all’anno scorso. Mi sento più connesso alla squadra, i tifosi mi conoscono di più e mi capiscono, spero che possano apprezzare il lavoro che ho fatto in questo anno e mezzo».
Ce lo può riassumere?
«Noi esistiamo per vincere e il nostro scopo è spingere la macchina al limite, ma per riuscirci devi essere sicuro di non cadere oltre quel limite. Per raggiungere questo obiettivo ci vogliono molti pezzi del puzzle al posto giusto».
L’anno scorso le mancavano?
«Ce ne vuole perché il team capisca cosa vuoi. Servono mesi e mesi e mesi per trasformare il flusso della macchina. C’è bisogno di tempo e anche la giusta mentalità».
Cosa intende?
«Avevo chiesto dei cambiamenti nella passata stagione, ma la squadra non voleva farne troppi. L’idea li innervosiva. Non erano pronti alle novità, non le avevano mai introdotte prima. Intervenire su un solo elemento non basta, bisogna agire su tutte le parti insieme. Un po’ alla volta ho fatto cambiare tutto: freni, elementi dell’assetto, sospensione, posizione del sedile, configurazione dello sterzo. Usare tutte queste componenti, unite a una migliore ingegneria, dinamica e comunicazione, ha fatto la differenza».
Anche il suo compagno, Charles Leclerc, l’ha seguita.
«Sì, è venuto dalla mia parte, cosa che ci permette di muovere la barca nella stessa direzione».
Il suo italiano è rimasto a metà strada.
«Ho smesso di prendere lezioni. Avevo fatto una full immersion all’inizio del 2025 poi la stagione è diventata dura e ho dovuto sfrondare gli impegni che mi toglievano energia. Mi piacerebbe ricominciare perché amo l’italiano. Amo la cultura, il paese, il cibo. Avevo tanti piani per visitare Firenze, Napoli e altre città, ma la vita è diventata così frenetica che ho dovuto rinunciare».
A Monza sarà derby tra Ferrari e l’italiano Kimi Antonelli su Mercedes.
«Kimi sta facendo un lavoro fenomenale, spinge tutti a migliorare. Ha solo 20 anni, quindi immaginate cosa gli riserva il futuro. È un privilegio stare qui tra i giovani, mi ricordano molto il me stesso del 2007. Ma la Ferrari è Italia. Ogni volta che ho corso a Monza con Mercedes mi sono sempre scontrato e ho sempre sentito l’amore e la passione che ha l’Italia per il Cavallino. La Ferrari è più grande di tutto e di tutti, già vedo una Monza piena di magliette rosse».
La Ferrari celebra Michael Schumacher: 30 anni fa qui il primo successo.
«Michael era uno dei piloti che ammiravo da ragazzo. Lo guardavo vincere e mi chiedevo come ci si sentisse in quell’abitacolo rosso. Quello che mi ha sempre colpito è la costanza, il lavoro e l’impegno che c’erano dietro. Trovarmi qui ora, anch’io come pilota della Ferrari, mi fa apprezzare ancora di più la sua storia con questa scuderia».
La Ferrari è seconda in classifica Costruttori.
«Sarebbe un’impresa enorme battere la Mercedes, ma non è impossibile. Il solo fatto che siamo qui a parlare della possibilità di vincere il titolo è fantastico».
E lei si sente in corsa per il titolo?
«Assolutamente sì. Sono 59 punti indietro, ma sto migliorando e ci sono ancora tante gare davanti. Non sarà facile, ma io continuo a crederci. Nella squadra c’è molta fiducia: se facciamo il nostro lavoro bene, siamo degli avversari competitivi».
Verstappen e Norris hanno rinnovato i contratti. Lei cosa fa?
«Ho ancora un anno davanti a me, non è il momento di concentrarmi su questo. Ma amo la Ferrari, mi sento a casa e ho intenzione di gareggiare a lungo. Penso che anche con le prossime regole sarò qui. Il mio obiettivo è cercare di essere il migliore, cercare di aiutare questa squadra ad arrivare dove merita».
A giugno ha vinto a Barcellona: cosa ha significato per lei?
«Mi sembra già lontano, ma non dimenticherò mai la felicità che ho provato. Difficile trasformare in parole una di quelle giornate che mi piacerebbe rivivere per sempre. Poter correre in rosso è il sogno di ogni bambino e riuscire a vincere, dopo i problemi dell’anno scorso e le critiche, è stato molto, molto difficile».
Ha ringraziato team e tifosi “per avermi ricordato chi sono”. Lo aveva dimenticato?
«Sì, penso che a volte sia un bene perdersi. Può capitare, anzi prima o poi succede. Non si può essere sempre in uno stato mentale e d’animo perfetto. La chiave però è continuare a credere in sé stessi e vincere mi ha dato la consapevolezza di avere ragione anche quando la gente non aveva più fiducia in me. È stato un momento molto speciale e credo che tutti abbiamo capito che era un successo collettivo, non solo mio, ma anche di tutti quelli che mi hanno accompagnato».

Chi?
«Di solito era mio padre a ricordarmi chi sono, stavolta lo hanno fatto i tifosi che hanno vissuto alti e bassi insieme a me. Quando ho tagliato il traguardo mi è sembrato che fosse anche un regalo per loro».
Come ha festeggiato?
«Ho vinto molte gare ma Barcellona è stata diversa. Ero solo e appena tornato a casa ho letto i bellissimi messaggi delle persone che hanno condiviso con me quel momento. È stata un’emozione fortissima: avevo ragione ad avere fiducia in me stesso quando molti non ne avevano più».
Molti piloti, anche giovani, si lamentano di queste nuove regole.
«Adattarsi è stata una sfida tecnica: simulatore, studio, approfondimento dell’ingegneria. Roba dura. Ma il nostro compito è fare il miglior lavoro possibile con quello che abbiamo. Lamentarsi non ha senso, non spreco le mie energie nel dire se mi piacciono o meno queste regole, mi applico e basta. Mi piace guidare questa macchina perché è un’auto che sento mia».
Dice di voler continuare a correre a lungo. Ha un segreto per rigenerarsi?
«Mi aiuta l’allenamento e stare con i miei. Io sono uno che di notte quando dorme fa molti sogni, la mia mente continua a vagare in cerca di idee per il giorno. Cerco di coltivare un atteggiamento positivo. Non sto sui social media né guardo i tg perché è estenuante e logorante vedere in che stato si trova il mondo».
Come la mettiamo con l’anagrafe?
«L’altro giorno ero a una riunione e parlavamo dei tempi di reazione, il mio è ancora buono, anzi i miei ingegneri mi hanno detto che è più veloce della maggior parte di quello dei giovani. Dicono che a 40 anni si diventi più lenti, io ne ho 41. Certo, ci metto di più a recuperare ma ora ho molti più strumenti che mi aiutano».
Lei è sempre molto glamour. Dove mette tutti i suoi vestiti?
«Traboccano a casa e anche in garage. Devo fare sempre molto ordine, quelli che non uso li do in beneficenza. È una situazione un po’ folle, da giovane compravo un sacco di vestiti, poi hanno cominciato a mandarmeli e sono grato ai brand, ma li guardo e penso: quando troverò il tempo per indossarli? Se mi ricordo ogni capo? No, impossibile».
Quanto conta la sua vita fuori dalla pista?
«Molto. L’equilibrio tra vita personale e lavorativa non è facile, bisogna cercare di alleggerire la pressione e questo vale per tutti. Non so come fanno le persone che hanno figli, infatti le ammiro molto. La mia fidanzata, Kim Kardashian, ne ha quattro e ho anche nipoti. Passo molto tempo con loro, mi danno vitalità e mi sento uno di loro. Mi piace scherzare, giocare e ridere. La verità è che quando non guido sono un grande bambino».
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