Disturbi alimentari, un giovane su 20 coinvolto. Lucattini: “Il cibo può diventare il linguaggio di un disagio che non riesce a trovare parole”

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione coinvolgono sempre più spesso bambini e adolescenti e non si presentano soltanto nelle forme più conosciute, come anoressia e bulimia.
Secondo la letteratura scientifica più recente, circa un giovane su venti sperimenta un disturbo alimentare. “Dobbiamo abbandonare l’idea che il problema sia riconoscibile soltanto attraverso la magrezza estrema”, spiega Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e Full Member dell’International Psychoanalytical Association.
La sofferenza può infatti manifestarsi anche attraverso forme meno evidenti, con un rapporto sempre più rigido con il cibo, il corpo e le proprie emozioni.
I segnali possono comparire già da bambini
Nei più piccoli il disagio non è necessariamente legato al desiderio di dimagrire. Può emergere attraverso selettività alimentare marcata, rifiuto di determinati cibi, paura di soffocare o vomitare, ansia durante i pasti e forte rigidità.
“In un’età in cui è ancora difficile dare parole agli stati interni, il corpo e l’alimentazione possono diventare il luogo in cui l’angoscia viene rappresentata”, osserva Lucattini.
Tra i campanelli d’allarme ci sono anche cambiamenti persistenti nelle abitudini alimentari, pasti saltati, controllo ossessivo del peso, attività fisica compulsiva e crescente insoddisfazione per il proprio corpo.
Ma attenzione anche al ritiro sociale: isolamento, perdita di interesse per amici, scuola e attività quotidiane possono rappresentare segnali di un disagio più profondo.
Educazione alimentare, non solo calorie
Per Lucattini la prevenzione non può limitarsi a parlare di calorie, nutrienti o cibi “giusti” e “sbagliati”.
Serve anche educazione emotiva, rispetto della diversità corporea e capacità critica nei confronti dei modelli proposti dai social.
Proprio i social network possono amplificare il confronto e l’insoddisfazione. “Il rischio è che il corpo passi dall’essere vissuto a essere continuamente osservato, confrontato e sottoposto all’approvazione degli altri”.
Famiglie e scuola: osservare senza colpevolizzare
Non esiste, sottolinea la psicoanalista, una relazione automatica tra dinamiche familiari e disturbi alimentari.
Il fenomeno è multifattoriale e coinvolge vulnerabilità individuali, aspetti emotivi e relazionali. Per questo la famiglia deve essere sostenuta, non colpevolizzata.
Anche la scuola può avere un ruolo importante nell’intercettare cambiamenti nel comportamento, isolamento e perdita di interesse, senza naturalmente sostituirsi ai professionisti sanitari.
“Il corpo non è un campo di battaglia. È parte di noi, non qualcosa da controllare o abbandonare. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma il primo passo per prendersi cura di sé”.
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