“Da giovane ho affrontato un tumore, non mi è piaciuto mostrare le sofferenze. L’ho vissuta quasi come avessi incontrato un altro personaggio”: parla Vinicio Marchioni
“Durante le prove scoprii di avere un tumore alle ossa. Fortunatamente è rientrato, è stato curato, ma quell’esperienza mi ha portato a ripensare anche il rapporto con il mio corpo”. Vinicio Marchioni parla a La Repubblica di un episodio di diversi anni fa. Preparava “Un tram che si chiama desiderio“, la pièce teatrale premio Pulitzer di Tennessee Willams, portato in Italia con la regia di Antonio Latella. L’attore interpretava il protagonista Stanley Kowalski, “un uomo quasi animale”. In quell’occasione seppe di avere un cancro. Così, “mentre cercavo di costruire il corpo di Stanley, mi ritrovavo a fare i conti con il mio“, ha spiegato.
Una batosta, per un attore giovane. “Non mi è mai piaciuto mettere in piazza le sofferenze, l’ho vissuta come un’esperienza, quasi come se avessi incontrato un altro personaggio. Era qualcosa che entrava dentro di me e con cui dovevo convivere”, ha raccontato. Da qui, una riflessione sul lavoro dell’attore: “Lo spettatore vede uno spettacolo o un film, ma dietro c’è un essere umano e un corpo che attraversa tutta la propria vita, nel bene e nel male“. Nello stesso periodo in cui ha scoperto di non stare bene sono nati i suoi figli e aveva una vita piena. “Non potevo fermarmi. C’è una frase di Čechov: ‘Domani mattina il sole sorgerà comunque’. E io quel sole volevo continuare a vederlo”.
A 50 anni, Marchioni ha interpretato boss mafiosi, re d’Inghilterra, uomini violenti. E come fanno tutti gli attori quando preparano un ruolo, ha chiesto al suo corpo di cambiare. Ci ha scritto pure un libro che si chiama “Le vite in atto”: “Superati i cinquant’anni il corpo ti parla molto di più”, ha confessato. E sul suo lavoro ha aggiunto: “Se un attore non è utile a qualcosa che va oltre sé, perde il senso del mestiere“.
Durante l’intervista, ha anche accennato alle difficoltà dell’adolescenza e alla balbuzie: “Hanno creato dentro di me mondi che avevano bisogno di uscire. Da balbuziente sei costretto a riflettere continuamente su cosa significhi parlare. Parlare è un miracolo, tanto quanto la vita”.
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