Cultura

Cuore e chitarre – Il rock conta ancora, in Cile

Si chiama Nueva Escena Chilena (nuova scena cilena), ma forse non è proprio una scena. Perché le band che ne fanno parte spaziano su una varietà di generi e inflessioni così ampia da far riflettere: dietro il nome c’è davvero un fenomeno coerente, o solo una vaga intuizione geografica, unita a una buona dose di hype?

Inizialmente, quando le band che le venivano associate erano poche, si parlava infatti di pop de guitarras. Ora invece che questa nuova febbre indie-rock coinvolge un numero di formazioni in continua crescita, a moltiplicarsi sono anche le influenze – e parlare soltanto di chitarre sarebbe riduttivo. È probabilmente per questo che in giro per il web, su aggregatori come rateyourmusic.com e su una stampa estera sempre più attenta al fenomeno, ha iniziato a diffondersi la nomenclatura corrente, che dà risalto al toponimo ma non si sbilancia in fatto di stile musicale.

Suave Pendiente
Niños del Cerro

Stando alla stampa locale, il disco con il quale si potrebbe far iniziare la Nueva Escena è “Nonato Coo” dei Niños del Cerro, uscito nel 2015. Altri album spesso citati come fondamentali per il suo sviluppo sono “Enola Gay” degli Asia Menor e “Apoyo Emocional” degli Estoy Bien, entrambi del 2023. Si tratta di tre dischi invero musicalmente molto distanti tra loro; con il primo di orientamento indie pop e neo-psichedelico, il secondo di chiara ascendenza post-punk e il terzo hardcoreemo. Chitarre a parte, utilizzate comunque in maniere molto diverse, la vicinanza tra le band della scena è più che altro attitudinale. Se di scena si parla è proprio per lo spirito che le accomuna e perchè i vari gruppi hanno saputo creare un ecosistema creativo fatto di locali, festival, etichette che le vede produrre ed esibirsi in un’atmosfera di fratellanza. 

Il comune denominatore, se c’è, va cercato sul piano emozionale più che su quello stilistico. E la prospettiva che ne emerge è rivelatrice: al centro della musica della Nueva Escena ci sono i sentimenti, abbozzati, sussurrati o strillati che siano. Bastano già i nomi di diverse band (Estoy Bien, Todos Mis Amigos Estan Tristes, teodioteodio) per rendersi conto di come amicizia, confidenza e introspezione siano cruciali per lo sviluppo tematico ed emozionale di questa musica. A livello di riferimenti le giovani band, formatesi in larga parte intorno alle università e ai localini underground di Santiago, sembrano ripartire dal binomio “cuore e chitarre” che segnò una parte dell’alternative rock anni Novanta — ma ridurre tutto a quella matrice sarebbe limitante. È solo il punto di partenza di un ventaglio di estetiche ben più ampio, che si apre al post-punk, al post-rock, al Midwest emo, talvolta racchiusi in un’attitudine progressiva che proprio dall’ampiezza della tavolozza prende le sue mosse. 

Indice


Un baricentro mobile

candelabro banda
Candelabro

Candelabro, Asia Menor e Hesse Kassel sono oggi tre dei nomi più in vista della scena, e condividono un gusto per le strutture intricate, i ritmi spezzati, un’estetica rock che mescola art-punk, post-rock e slanci obliquamente progressivi.
La loro sintesi ricorda da vicino quella della Windmill Scene londinese — la costellazione di gruppi cresciuti attorno al pub di Brixton che ha lanciato Black Country New Road, Black Midi, Squid — e il parallelo non è casuale: spiega in buona parte l’attenzione internazionale di cui la scena cilena gode da un paio d’anni.

Ma è un fulcro stilistico che si è spostato nel tempo: le prime uscite della scena, fra il 2014 e i primi anni Venti, restavano più ancorate a un’indole jangle e indie-pop. Il cambio di passo – e di visibilità – arriva nel 2023 con lo scorticante debutto degli Asia Menor e “Ahora o Nunca” dei Candelabro (2023), che fonde folk, rock da camera ed emo con un’ambizione formale prima assente.
D’altra parte, è una traiettoria che si ripete regolarmente nelle scene capaci di sopravvivere oltre la prima ondata: la componente più progressiva richiede più tempo per essere elaborata e restituita, e tende a manifestarsi quando una nuova generazione di musicisti, cresciuta proprio ascoltando le prime uscite della scena, comincia a rimediare quel suono attraverso tutto il resto che ha incontrato nel frattempo, allargando la prospettiva e facendone qualcosa di proprio.

Tra i materiali assorbiti e rielaborati da questa nuova generazione, nessuno pesa quanto l’emo, soprattutto nelle sue declinazioni Midwest figlie di American Football e Sunny Day Real Estate. Gli Estoy Bien ne portano avanti soprattutto il lato più punk e melodico, legato all’emo-pop e dell’hardcore-pop: il grido e la distorsione diventano forma di catarsi, ma una catarsi che si lega più a una tradizione sudamericana di rappresentazione del dolore che a un calco delle scene americane di riferimento — un’urgenza emotiva che si traduce in ansia, esaurimento, un disagio che spesso si allarga fino a includere l’ambiente e il futuro come categoria collettiva. 


I tanti mondi della periferia

Chini.png
Chini.png

Più si scende nel dettaglio, più la categorizzazione si complica. I FrioLento decostruiscono il reggaeton in chiave Joy Division, un “perreo post-punk” che ribalta dall’interno l’immaginario del genere più ascoltato in patria. I Mitimitis si muovono in territorio bedroom pop, fragile e casalingo. I Phuyu y la Fantasma fondono math rock e folklore cileno, portando la cueca dentro architetture ritmiche spigolose. Chini.png oscilla tra dream-pop psichedelico e art-pop. Tenere insieme tutto questo richiede una rete più che un genere: etichette indipendenti come Sello Fisura e Uva Robot, spazi autogestiti come il Centro Cultural Rojas Magallanes, una collaborazione diffusa che conta più di qualsiasi affinità sonora.

Vale la pena essere chiari su cosa sia, in definitiva, la Nueva Escena Chilena — e su cosa non sia. Non è un ritratto del pop cileno contemporaneo, che resta dominato da reggaeton e trap con numeri di pubblico di tutt’altra scala. È piuttosto un caso di studio su come funziona l’attenzione musicale nell’epoca di aggregatori, playlist condivise e trend virali.

Queste band trovano spazio grazie alla personalità della loro proposta, certo, ma anche e soprattutto grazie alla parzialità della lente attraverso cui il mondo musicale alternativo occidentale guarda al resto del pianeta — una lente che, da Pitchfork a RateYourMusic, da AlbumOfTheYear a pagine come Earfeeder con le sue mappe di generi e scene, amplifica l’attenzione rivolta ad alcuni filoni identitari, fra cui post-punk e post-rock che godono nell’ambito di un prestigio fuori scala. Per una Nueva Escena che — meritatamente — ottiene oggi un raggio di luce, quante sono le band rock che, non per mancanza di originalità ma proprio perché poco conformi ai canoni dominanti, restano del tutto al buio?

Eppure, proprio in questi anni in cui il rock stesso appare sempre più un genere ai margini dell’ecosistema musicale, è proprio dalla periferia — anche geografica — dell’impero che arrivano molte delle proposte più stimolanti. La speranza è che la Nueva Escena non sia, per gli appassionati di tutto il mondo, un vicolo cieco, ma il primo passo di un’esplorazione che porti finalmente lo sguardo oltre i confini consueti. C’è ancora molto, fuori dalla mappa.


Tus Amigos Nuevos – Triunfo moral (2015)

Pur più anziano delle altre formazioni della Escena, a causa di frequentazioni comuni di festival e locali, il quartetto dance-punk di Santiago è stato idealmente assorbito in essa quando non indicato come un precursore del fenomeno. Il basso di Leo Salinas innesca un post-punk ballabile e affilato, ma più sinuoso degli anticipatori anglofoni. Nel suo vertice intitolato “Triunfo moral” la band innesta groove balearici (“Tehcno rengo”), espansioni space disco (“Los hombre-masa no bailamos”) e suggestioni caraibiche (“T.A.N. avergonzada”) tra i proverbiali riff circolari di chitarra e i coretti punk del genere. (Michele Corrado)


Niños del Cerro – Lance (2018)

Lance - Album by Niños Del Cerro | Spotify

Tre anni dopo il disco che ha idealmente inaugurato la Nueva Escena, la formazione de La Florida fece ritorno con un sophomore che sublima la formula a metà tra neo-psichdelia e dream pop. Drumming felpato, arpeggi jangle freschi come la brezza delle Ande e malinconia e nostalgia come se piovesse sono gli ingredienti principali di “Lance”. Un disco che sà perdersi trasognato tra i ricordi (“Sufre”), ricamare melodie orientali (“Flores, labios, dedos”), distorcersi sotto i colpi di pianoforti dissonanti e chitarre distorte e poi ritornare sereno in un’eterna primavera interiore (“Melisa / Toronjil”). (Michele Corrado)


Tortuganónima – Imago (2019)

Math-rock alla maniera che va oggi: luminoso, policromo, decisamente lontano dalla ruvidezza noise che ne aveva segnato le origini negli anni Novanta. Nel terzo album del quintetto di Santiago non mancano fendenti più diretti e grintosi, ma a dominare sono gli sviluppi quiet/loud, i grovigli Midwest emo e persino qualche inflessione hip hop, come in “Penumbra”. Tra continui cambi di prospettiva e una scrittura combinatoria e ipercinetica, brani come “Ukiyo”, “Aleph” e “Tiön” mostrano come una voce progressiva possa oggi parlare molte lingue senza perdere l’accento cileno. (Marco Sgrignoli)


Hiperlaxo – Sur (2021)

Un Ep? E per giunta rap? L’inclusione di “Sur” in questa lista è in effetti piuttosto tangenziale. Ma è inevitabile, ascoltando i quattro “movimenti” del disco, scorgere un’assonanza fra il suo mood plumbeo e i tratti caratterizzanti della Nueva Escena. Lo sviluppo della prima traccia, cinematico e stratificato, rimanda ai Godspeed You! Black Emperor e alle loro tensioni in crescendo. Il secondo pezzo riprende, in veste più spigolosa, il passo spezzato di Flying Lotus, ma i fiati della traccia conclusiva legano il suono più al post-rock che all’hip hop comunemente inteso. Una sorpresa. (Marco Sgrignoli)


Asia Menor – Enola Gay (2023)

Sin dall’opener, intitolata “Patio”, è chiaro che non ci si trovi davanti all’ennesimo disco del revival post-punk. Non soltanto la nazionalità della band aggiunge nomi locali al suo retroterra di influenze, ma questa riesce davvero a impregnare del suo spirito latino e della sua melancolia tutta sudamericana gli intrecci jingle-jangle delle chitarre e le melodie vocali. Con una ricetta sulla carta piuttosto semplice, gli Asia Menor sono riusciti a confezionare un pugno di instant classic. È un disco romantico e crepuscolare che può però graffiare con convinzione, e che si spegne nelle fantasmagoriche dissolvenze di “Buenos noche”. (Michele Corrado)


Estoy Bien – Apoyo emocional (2023)

Gli Estoy Bien da Santiago sono gli “anninovantisti” per antonomasia della scena e “Apoyo emocional” è il loro unico, iconico disco in proprio. L’appoggio emozionale offerto dal trio è un emo pop granitico e fragoroso, che guidato dal basso pazzesco di Matías Sandoval si inerpica spesso e volentieri per tortuosi sentieri post-hardcore (altezza Fucked Up). La forza di queste quindici canzoni è però anche nel linguaggio confidenziale e diretto del cantante e chitarrista Benjamín De la Fuente, che con il suo tono diretto ed enfatico sembra cantare rivolto a un amico del cuore. Ancora privo di un seguito, è uno degli album cardine della scena.


Pablo Vostok – Autorretrato de un ave rapaz (2023)

Math-rock, breakcore, dub, ska-punk, jazz: ogni brano sembra muoversi in una direzione diversa, eppure il quinto album del musicista di Santiago Pablo Vostok, già nei garage-rocker Pequeños Antares, non perde mai il suo centro. Il collante è un post-hardcore lucido e nervoso, talvolta estremo ma mai feroce, animato da una vocazione progressiva più vicina a Refused e At the Drive-In che al prog canonico. La matrice punk è ben visibile, e si combina a una vena psichedelica che espande il suono senza disperderlo – fino al culmine nella conclusiva “La Picá de Clinton”, ipnotica e avvolgente.


Chini.png – El día libre de Polux (2023)

María José Ayarza — classe 1991, in arte Chini.png — suona come se i Garbage avessero rottamato i sintetizzatori per chitarre acustiche, restando però fedeli a quella stessa vocazione alt-pop. Il piglio è pigro, casereccio, eppure si lascia attraversare senza sforzo da ritmiche baggy che pescano tra Madchester e drum’n’bass. La voce, fragile ma sorprendentemente versatile, dissemina blue note tanto nelle cantilene quasi emo quanto nel lounge-jazz/trip-hop di “No midas las palabras!”. Un equilibrio precario che funziona proprio perché non si sforza di farlo.


Phuyu y la Fantasma – A| Tetralogía de bichos y setas (2024)

Il terzo album del quartetto di Chillán si muove tra post-hardcore tagliente, chitarre lancinanti e un basso ispido che si incastra fra gli altri strumenti, con qualche incursione vocale femminile, più straniante che dolce, a incrinare un clima già teso fin dalle prime battute. I nervi restano a fior di pelle finché “Bioluminescencia” non apre un varco sospeso e quasi avant-prog costruito sul piano — il ponte verso una svolta inattesa: gli ultimi due brani abbracciano l’arioso ritmo ternario della cueca, danza del Sudamerica pacifico. E il disco sembra trovare finalmente il modo di respirare.


Cristóbal Avendaño & Silvia Moreno – Lancé esto al otro lado del mar (2024)

Progressive folk e recitazione poetica: una combo inusuale che dà vita a un clima unico. Questo grazie a due musicisti di Valparaíso: la cantante del terzetto minimal synth Tyrell e il chitarrista della band prog/alt-metal Emexis. La loro formula, qui, è però distantissima dalle band di origine: solo chitarre acustiche e voce, in un gioco di stratificazioni e distensioni che sembra sovrapporre alla realtà quotidiana un piano ulteriore di significato. Un luogo in cui luce e malinconia, tenerezza e una quieta solennità svelano i punti di svolta racchiusi anche nei momenti più semplici.


Todos Mis Amigos Estan Tristes – Carne (2025)

Con la loro americanizzazione dello shoegaze mediante l’aggiunta di tocchi emo e grunge, i Nothing sono la band anglofona più vicina ai Todos Mis Amigos Estan Tristes. La band di Temuco aggiunge però a questo nu-gaze muscolare gli esperimenti più distorti dei Soda Stereo, qualche tocco etnico (“Arrebol”) e sbandate in direzione dei Neutral Milk Hotel (“Directo”). Antonio Quinata, detto non a caso zapatogaze, guida quindi una formazione dedita a una sorta di panteismo shoegaze che dà frutto in “Carne”, a oggi sua opera unica, a un disco tanto rintronante ed emozionalmente carico da poter stordire.


Hesse Kassel – La Brea (2025)

La qualità migliore degli Hesse Kassel è che non restano mai dove li hai lasciati. Un riff spigoloso diventa una deriva cameristica, il sax irrompe dove dovrebbe arrivare il climax, il post-rock devia verso il jazz invece che verso la catarsi. Tra la ruvidezza degli Slint e le costruzioni dilatate dei Godspeed You! Black Emperor, “La Brea” vive di trasformazioni continue senza mai cristallizzarsi in una formula riconoscibile. Quando la scrittura si fa più ambiziosa non punta verso l’alto: si accartoccia, si contrae, rifiuta ogni appiglio epico. E proprio per questo lascia il segno.


Candelabro – Deseo, carne y voluntad (2025)

Sette musicisti di Santiago e un suono personalissimo: arioso ma capace di densità e torbidezza, intreccia voci e fiati in una coralità che tiene insieme ordine e spinte centrifughe. Tra emo, indie-folk e slancio progressivo, ricordano i nuovi Black Country, New Road ma forse ancor più gli Adjy, collettivo statunitense accomunato alla band anche dai simili rimandi cristiani. Notevole la varietà: “Pecado” è una travolgente cavalcata balkan-ska; “Tierra Maldita” quasi post-sludge con fiati. E in “Cáliz” i vortici circensi sfociano in un crescendo non solo d’intensità, ma di coesione spirituale – fino a dare l’impressione che il fulcro emotivo non siano tanto i musicisti, quanto il legame che li unisce.


Teodioteodio – Echaremos el cielo abajo a patadas (2026)

“Echaremos el cielo abajo a patadas”, butteremo giù il cielo a calci. È un titolo immaginifico, potente. Forte di una carica prima latente, nei graffianti arpeggi post-hardcore delle varie “Lejos de México” e “Pantera”, che poi sovente deflagra in poderose scariche di rumore e feedback. “Amar” è di gran lunga l’esplosione più stordente. Teatrale, scomposto, ruvido, nervoso, lo spoken word di Felipe Baraona si aggira in questo scenario musicale insidioso come un animale in fuga da un incendio. Il vocalist parte spesso e volentieri dalle parole del gotha della poesia latinoamericana e le usa come terreno dal quale far germogliare nuove, suggestive immagini. Un’ulteriore freccia nella faretra della band è l’utilizzo creativo e versatile delle seconde voci, che aggiunge ulteriore spessore emotivo al sound.


Inundaremos – Tanquemante (2026)

Bastano i sessantadue secondi dell’introduzione “Intromision” e il brano successivo a collocare la band sul piano cartesiano delle influenze. Uno sfarfallio elettronico, poi un arpeggio di acustica ed ecco spuntare anche distorsioni e coretti di folk gran-familiare, infine gli immancabili fiati a gonfiare il tutto di epica emozionale. I primi Arcade Fire sull’asse delle ascisse dunque, mentre Los Prisioneros e altre sigle storiche del Cile, insieme alla buona vecchia C86 su quello delle ordinate. Le canzoni degli Inundaremos sono spesso popolate da cuori trafitti, occasioni mancate e perdita, però il loro approccio è sempre lieve, giocoso. Gli Inundaremos non si limitano a un’aromatizzazione andina dei generi che esplorano: li reinterpretano invece con decisione, piegandoli alle loro esigenze.


Nando Garcia – Lover Man (2026)

Pop da camera, accogliente senza scadere nel lezioso, e capace nei momenti migliori di unire all’intimità una robustezza pressoché power-pop. Crescendo e passaggi dal baldanzoso piglio folk richiamano i primi Arcade Fire, ma il respiro corale viene spesso spezzato da ghirigori indie-rock bruschi e spigolosi, quasi un prestito da Slint o June of 44. Sotto la superficie, un disco vulnerabile e dolente: il rapporto col padre e la madre, l’amore omosessuale vissuto in tempi che faticano ancora ad accoglierlo — raccontato con una scrittura diretta che rende il personale leggibile senza diluirlo.


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