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L’invisibilità per coprire la frattura dentro il regime

Era la Suprema Guida. Ora è il Supremo Assente. Saltati i funerali di moglie e figlio, uccisi il 28 febbraio nello stesso raid in cui venne eliminato Alì Khamenei “Sua Assenza” Mojtaba si prepara a disertare anche la sei giorni di esequie organizzata per il padre e predecessore. Ma si farà, forse, vedere il 9 luglio nell’ultimo giorno di onoranze in quel di Mashhad, città natale del padre. L’ininterrotta assenza (non compare in pubblico dal 28 febbraio quando restò pure lui ferito) rivela, tuttavia, una sempre più evidente debolezza. Se si nasconde per timore di un blitz israeliano dimostra che dalla morte del padre nulla è cambiato e il regime resta nel mirino. Se non si fa vedere per celare menomazioni insanabili (si dice non articoli parola e abbia perso una gamba) trasmette la sensazione di una Suprema Guida inadeguata al proprio ruolo. Ma occultare l’inadeguatezza fisica serve anche a mascherare quella politica. In 47 anni di storia, la Repubblica Islamica non è mai stata guidata da un’autorità politico-religiosa talmente evanescente ed opaca. Il sofisticato sistema di pesi e contrappesi che nella Costituzione khomeinista circonda e legittima il potere assoluto della Suprema Guida è stato letteralmente spazzato via assieme ad Ali Khamenei e ai suoi fedelissimi. Mojtaba è stato eletto da un’Assemblea degli Esperti che ha votato il suo nome sotto le pressioni dei Guardiani della Rivoluzione, promossi dalle bombe di Trump e Netanyahu ad ultima colonna del regime. Ma tutto intorno, chiusa la guerra, è rimasto un regno in rovina.

Per quella maggioranza che ancora sogna la fine del regime Mojtaba resta lo spietato demiurgo delle stragi di dimostranti. Per i conservatori pragmatici è un usurpatore nominato non per diritto, ma per necessità. Un sentimento condiviso da chi – come il Presidente Masoud Pezeshkian (ex-riformista), il ministro degli esteri Abbas Aragchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf – lo ha convinto a firmare il Memorandum d’Intesa. Una firma ottenuta prospettandogli l’alternativa di un Iran piegato da fame e carestia. Ma accettando il suggerimento dei cosiddetti pragmatici e di parte dei pasdaran, Mojtaba ha finito per guadagnarsi il disprezzo degli stessi “duri e puri” che l’han messo in sella.

Un disprezzo platealmente espresso da quei dimostranti sfilati sere fa nelle strade di Teheran al grido di “morte ai pacificatori”. Un clima di contrapposizione in cui l’invisibilità resta il miglior rifugio. Soprattutto per chi, come Mojtaba, rischia l’accusa d’illegittimità.


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