Ci serve un’analisi costi-benefici sulla bagna cauda

Come ogni anno, in questo periodo, Giorgio partecipa a quella che, senza alcuna autoironia, chiama “il pranzo dei ragazzi”, ovvero il pranzo annuale in una trattoria del Monferrato in cui lui e altri quattro o cinque “ragazzi” più o meno della sua età si contano, per accertarsi che nel frattempo non sia morto nessuno, e poi se ci sono tutti, provano ad ammazzarsi con il rito puzzolente della grande bagna cauda.
Durante il pranzo si avvinazzano di freisa o barbera frizzante in caraffa, intingono nella bagna chili di patate, tapinambur, peperoni, cardi e persino cipollotti, alimentano la fiamma del fujot come vestali sovrappeso dalle camicie macchiate, chiacchierano di cose da vecchi, un po’ di calcio, un po’ di malanni, di altro non so, non credo, anche se si sa che non è il porco che diventa vecchio ma il vecchio che diventa porco, come diceva Diderot.
Sono tutti esperti della bagna, integralisti della ricetta e nessuno ammette debolezze, ripari, panna o altre simili scorciatoie, al massimo tollerano un ammollo del bulbo nel latte, così poi non rinviene. Eh sì, ma quando mai?
Al suo rientro, l’alito di Giorgio è un’arma di distruzione di massa, non solo ogni singolo poro della sua pelle ma persino i suoi pensieri trasudano aglio.
Lo faccio dormire ben lontano, sul divano dello studio, dove anzi lo dovrei chiudere a chiave e sigillare accuratamente le fessure della porta con degli asciugamani bagnati belli spessi e dovrei anche bruciargli i vestiti uno a uno in un grande falò perché l’afrore non si diffonda per la casa. O di più ancora, forse, dovrei farlo dormire sul balcone o meglio alla fermata del 10 sotto casa, finché non passi un tranviere pietoso – e anche coraggioso– e se lo porti al deposito.
Questo per dire che non sono una grande amante della bagna cauda, nemmeno per interposta persona.
Non me ne dispiace un filo per accompagnare i peperoni al forno, o un accenno su di una tartrà o piccole dosi come punture di spillo in piatti confortevoli, ma la grande abbuffata, la testa nel fornelletto come un rito battesimale, il lavacro dell’olio e dell’acciuga, tutto questo è troppo per me e, se anche capisco di rinnegare un mito fondativo della comunità gastronomica che mi accolto, mi sembra alla fine qualcosa di medievale, barbaro e nella sua eccessività per niente buono.
O meglio, una forchettata di buono per due giorni d’inferno. Tuoi e di chi ti vuole bene. Vale davvero la pena?
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