Capaci, via D’Amelio e l’ipocrisia degli anniversari italiani
23 maggio 2026 – ore 08:00 – Il 23 maggio 1992, alle 17:58, l’Italia scoprì che la mafia poteva dichiarare guerra allo Stato facendo saltare un’autostrada. A Capaci morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Cinquantasette giorni dopo, il 19 luglio 1992, via D’Amelio completò il massacro: Paolo Borsellino venne ucciso insieme agli agenti Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Walter Eddie Cosina, il poliziotto muggesano che aveva scelto Palermo sapendo perfettamente cosa significasse. Ed è forse qui la misura più esatta della tragedia italiana: non soltanto magistrati lasciati soli, ma servitori dello Stato mandati a morire con stipendi normali e coraggio straordinario. Falcone e Borsellino, negli anni Ottanta, avevano demolito la favola della mafia rurale e pittoresca. Con il maxiprocesso — istruito dal pool antimafia e confermato in Cassazione nel gennaio 1992 — avevano dimostrato che Cosa Nostra non era arretratezza folkloristica ma potere moderno: finanza, politica, appalti, relazioni. La mafia non viveva ai margini dello Stato. Trattava con pezzi dello Stato.
Per questo Falcone dava fastidio anche prima di essere assassinato. Troppo moderno per un Paese antico. Troppo pragmatico per un’Italia che preferisce i simboli alle riforme. Nel 1988 gli venne negata la guida dell’Ufficio istruzione di Palermo; attorno a lui crebbero sospetti, rivalità, veleni. Soltanto dopo Capaci divenne unanimemente “eroe”. Da vivo era discusso. Da morto, finalmente innocuo. Lo stesso destino toccò a Borsellino. Dopo la strage di Capaci capì di essere il prossimo. Lo disse, lo lasciò intendere, lo scrisse persino nei silenzi febbrili di quei cinquantasette giorni. Eppure continuò a lavorare. Attorno a lui, invece, lo Stato sembrava muoversi con la lentezza burocratica delle istituzioni abituate ad arrivare sempre dopo le bombe. Oggi, a trentaquattro anni da Capaci, la mafia non usa quasi più il tritolo. Ha imparato che il silenzio rende di più. Meno lupare, più società; meno latitanti in campagna, più denaro nell’economia legale. Ma il meccanismo resta identico: la forza della mafia continua a dipendere dalla debolezza morale di chi le gira lo sguardo altrove. E allora il rischio degli anniversari è questo: trasformare Falcone e Borsellino in santini civili, utili a tutti e scomodi a nessuno. Quando invece il loro messaggio era terribilmente concreto e ancora attuale: la mafia prospera dove lo Stato smette di essere credibile, e dove troppi uomini rispettabili trovano conveniente convivere con il potere criminale.
L’editoriale è di Francesco Viviani




