Ambiente

Étienne Davignon, architetto della politica industriale europea

Ad ogni suo arrivo a Bruxelles, Henry Kissinger poneva agli interlocutori governativi che lo accoglievano la stessa domanda: «Dov’è Davignon?», ignorando i protocolli e le gerarchie e cercando direttamente il parere che gli interessava. Ed effettivamente, a ricordarlo oggi, nei giorni successivi alla sua scomparsa, emerge la figura di un grande esponente del migliore europeismo.

Diplomatico belga, Etienne Davignon fu tra il 1964 e il 1969 capo di gabinetto del Ministro degli esteri Paul-Henri Spaak — uno dei padri fondatori della Comunità europea e tra i principali artefici del Trattato di Roma — e, successivamente, di Pierre Harmel. Furono quelli gli anni — era il tempo di Le défi américain — in cui venne a contatto con i primi progetti di politica industriale comunitaria, in un contesto geoeconomico caratterizzato dalla crescente consapevolezza della sfida tecnologica americana e dell’ascesa industriale del Giappone. Il suo coinvolgimento nelle vicende europee sarebbe stato ancor più profondo nel decennio successivo. Dopo aver presieduto il comitato esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, nel 1977 fu nominato commissario europeo agli Affari industriali, diventando vicepresidente nella Commissione Thorn nel 1981.

Sono quelli gli anni in cui inventò il cosiddetto «metodo Davignon»: costruire coalizioni tra Stati membri, attori industriali e sindacati per tradurre in azione concreta gli obiettivi strategici europei. Un pragmatismo in cui la dimensione sociale era costitutiva: basti pensare che il Piano Davignon per la siderurgia, adottato in base al Trattato CECA per fronteggiare una crisi gravissima — chiusure di massa, centinaia di migliaia di posti di lavoro perduti, interi territori colpiti — prevedeva misure di riconversione per i lavoratori e aiuti alle regioni. Ristrutturazione dell’industria e accompagnamento dei territori dovevano andare, insomma, di pari passo.

E se questo del rapporto stretto tra competitività e coesione è il primo lascito di Davignon che va sottolineato, il secondo è quello della capacità di anticipare gli scenari. Basti pensare al terreno delle tecnologie dell’informazione, in cui la visione dello statista belga rivela tutta la sua attualità. La comunicazione del 1979 al vertice europeo di Dublino delineava, con straordinaria lucidità, una diagnosi precisa: c’era un ritardo strutturale dell’Europa nella microelettronica e una insufficienza degli strumenti di politica industriale comunitaria a fronte dei corrispondenti programmi di sostegno pubblico americani e giapponesi. Ma, accanto alla diagnosi, c’erano precisi passaggi. Prima di tutto la definizione dell’obiettivo di portare la quota europea del mercato mondiale dei semiconduttori dal 13 al 30%. Su impulso di Davignon si definiva poi una proposta di «preferenza europea» negli appalti pubblici di tecnologie, volta a evitare che il mercato europeo finisse con l’avvantaggiare i soli concorrenti stranieri; c’era la definizione di diversi programmi di ricerca negli anni Ottanta, tra cui va ricordato ESPRIT; c’era, infine, una grande attenzione al dato dell’accesso al credito, con lo sviluppo di nuovi strumenti finanziari comunitari elaborati in collaborazione con il commissario francese François-Xavier Ortoli.

Era un impegno a sostegno dell’industria che doveva proseguire negli anni. Ancora nel 1997, presiedendo il panel di valutazione dei programmi-quadro di R&S, concludeva nel senso che il programma-quadro mancava di orientamento strategico e chiedeva un «nuovo salto qualitativo». Una constatazione che risuona con quanto oggi è ben presente nel Rapporto Draghi: Europa in ritardo nelle tecnologie di punta, con programmi che devono avere maggiore selezione strategica; con un sistema di appalti pubblici non sufficientemente orientato verso le industrie strategiche europee; con strumenti finanziari ancora insufficientemente mobilitati verso l’innovazione di rottura.


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