Umbria

Avvocata perugina accusata di fare da intermediaria tra detenuto e organizzazione di trafficanti di droga


Avrebbe avuto un ruolo “organico” all’interno di un’organizzazione criminale internazionale, tanto da fare da schermo e da messaggera tra i vertici albanesi e un corriere arrestato con 65 chili di cocaina. È l’accusa che la Procura di Perugia ha formalizzato nei confronti dell’avvocata Daniela Paccoi, destinataria di un avviso di conclusione indagini per concorso in associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, induzione a rendere dichiarazioni mendaci e concorso in traffico di droga.

Secondo la ricostruzione del pool guidato dal procuratore aggiunto Gennaro Iannarone e dai militari del Gico della Guardia di Finanza, la penalista avrebbe messo a disposizione la propria posizione professionale per garantire il canale di comunicazione tra i capi dell’organizzazione, basati in Albania, e il suo assistito Gian Paolo Coresi, ristoratore 47enne di Foligno arrestato nel gennaio dello scorso anno con un carico record di cocaina.

Secondo le indagini, anche dal carcere di Capanne, dove Coresi è detenuto, l’avvocatessa avrebbe trasmesso messaggi in arrivo dall’Albania, assicurandosi che l’uomo non rivelasse l’identità dei suoi sodali. Le intercettazioni, telefoniche e ambientali, hanno rivelato un sistema oliato: i vertici dell’organizzazione pagavano regolarmente gli onorari alla Paccoi, e attraverso di lei facevano arrivare soldi, istruzioni e persino proposte per ottenere un trattamento penale più mite.

L’episodio più clamoroso riguarda la messa in scena di un falso ritrovamento di droga. Secondo gli atti dell’inchiesta, sarebbero stati organizzati il trasporto e l’occultamento di due chilogrammi di cocaina, fatti arrivare appositamente dall’altra parte dell’Adriatico, in un pozzetto su un terreno di proprietà della famiglia Coresi a Casenove di Foligno. L’obiettivo era simulare la disponibilità del ristoratore a collaborare con la giustizia, al fine di ottenere benefici processuali.

Proprio quella mappa dettagliata del nascondiglio, fornita da Coresi ai finanzieri fingendo di voler collaborare, sarebbe stata in realtà orchestrata a tavolino. Il 47enne comparirà il 7 maggio davanti al giudice per il processo con rito abbreviato.

Gian Paolo Coresi davanti al giudice dell’udienza preliminare, ha respinto ogni accusa di associazione per delinquere, scaricando la colpa della sua discesa negli inferi della droga su una “passione malata per il gioco” e su due stranieri che dice di conoscere solo di nome.

“Non c’entrano niente con quelli individuati dalla Finanza”, ha dichiarato Coresi, negando che i “proprietari” della cocaina coincidano con i soci albanesi del suo locale, il “El loco” di Foligno. L’uomo – incensurato, titolare di un’attività regolare – è accusato di aver trasportato, detenuto e nascosto oltre 65 chili di cocaina, in parte trovati nel controsoffitto della pizzeria, in parte nel garage e perfino in una buca scavata nel cortile della casa del padre.

L’inchiesta della Procura, che ha portato all’esecuzione di sette misure cautelari, ha ricostruito un anno e mezzo di traffici. Il folignate, grazie alla sua auto dotata di doppio fondo e al profilo di “insospettabile”, avrebbe trasportato la droga tra Umbria, Toscana, Emilia, Veneto e Liguria, seguendo le istruzioni di Ismail Bledar, ritenuto il leader della banda, che coordinava tutto dall’Albania (ed è stato espulso dall’Italia).

L’organizzazione era tecnologica: usavano criptofonini, applicazioni come Snapchat e strumenti per rilevare videocamere nascoste. Il locale “El loco”, secondo la Procura, era ormai una “semplice copertura” per riciclare i proventi dello spaccio. Sono stati documentati almeno 50 episodi di cessione di cocaina.

Oltre a Coresi e alla avvocata Paccoi, nel fascicolo sono indagati anche un albanese (ritenuto corriere e cassiere in Italia) e Matteo Coresi, fratello di Gian Paolo. Intanto il procuratore aggiunto Iannarone ha preannunciato un’integrazione probatoria nel processo a carico del ristoratore, che in caso di condanna per il rito abbreviato potrebbe vedersi riconosciuto lo sconto di un terzo della pena.


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