Don Ciotti ricorda Denise: «Un omicidio lungo diciassette anni»
CROTONE – La memoria di Lea Garofalo e di sua figlia Denise Cosco è tornata a farsi voce, preghiera e impegno civile nella cattedrale di Crotone. Una celebrazione intensa, attraversata da commozione e responsabilità. Presenti le istituzioni, le associazioni e i tanti cittadini, per ricordare due donne segnate dalla violenza della ’ndrangheta.
Alla celebrazione hanno preso parte la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, il presidente della Provincia di Crotone Antonio Ammirati, il prefetto Franca Ferraro, il sindaco di Crotone Vincenzo Voce, i sindaci, il procuratore Salvatore Curcio, il magistrato Domenico Guarascio, il questore Renato Panvino ed i vertici delle forze dell’ordine.
MONS. TORRIANI: «SERVONO RISPOSTE»
Nella sua omelia l’arcivescovo di Crotone-Santa Severina, monsignor Alberto Torriani, ha richiamato il rapporto tra legalità e responsabilità. La scelta tra il “letto” e il “candelabro”, ha spiegato il presule, non è soltanto un’immagine evangelica. E’ «un compito sociale, direi quasi un’opera di educazione sociale». E ha aggiunto: «Non basta commemorare chi ha avuto coraggio. Non basta neppure dichiarare solennemente da quale parte stiamo. Bisogna rispondere».
DON CIOTTI: «UNA MORTE NELLA SOLITUDINE»
Nel suo intervento, particolarmente intenso, don Luigi Ciotti ha ricordato Denise come una ragazza di «grande coraggio». Capace di accusare il padre nelle aule del processo dopo l’uccisione della madre Lea. Ma anche una giovane costretta a portare per anni un peso enorme, una croce diventata quasi insostenibile. «Denise non è stata soltanto una testimone di giustizia, non è stata soltanto un simbolo civile», ha sottolineato don Ciotti.
Per don Ciotti, la criminalità organizzata non uccide soltanto nel momento del delitto. In merito ha parlato di un «omicidio lungo 17 anni», una morte maturata nel peso del dolore, della solitudine, dei fantasmi lasciati dal crimine e della fatica di ricostruire una vita normale. «Denise non ha rifiutato la vita», ha detto ancora don Ciotti, ma un’esistenza che non le apparteneva più, fatta di ansie, nascondimenti, timori e fragilità. Il fondatore di Libera ha riconosciuto che lo Stato e molte persone le sono stati vicini, ma ha aggiunto che questo non può bastare. «Non basta proteggere i corpi – ha affermato – bisogna custodire anche l’anima, i sentimenti, le emozioni, le speranze e le fatiche di chi sceglie di testimoniare contro la violenza e la criminalità organizzata».

Lea e Denise, ha osservato, non avevano bisogno di essere consegnate a un’immagine simbolica, ma di essere riconosciute nella loro «pelle viva», nella sofferenza quotidiana. Da qui l’appello rivolto alla politica, allo Stato, alla Chiesa, alle associazioni e ai cittadini: trasformare questo lutto in una responsabilità collettiva. «Ci sono altri testimoni che non ce la fanno più», ha avvertito, ricordando l’esistenza di persone stanche, provate, spesso esauste, che chiedono aiuto dopo aver avuto il coraggio di denunciare. Questo il suo appello conclusivo: non lasciare soli coloro che hanno scelto di rompere con la violenza mafiosa, agire in fretta e non arrivare, ancora una volta, troppo tardi.
COLOSIMO: «LA MORTE DI DENISE E’ UNA SCONFITTA DELLO STATO»
Per la presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo «la morte di Denise è evidentemente una sconfitta dello Stato – ha affermato -, ma è una sconfitta dello Stato che uccide per mano della ’ndrangheta».
Colosimo ha precisato che lo Stato è stato presente, anche attraverso il Servizio centrale di protezione, ma alcune ferite profonde, legate alla storia familiare e al padre ’ndranghetista, non sono state curate. «Nel nome di Lea e di Denise – ha dichiarato – voglio rilanciare la legge Liberi di scegliere e dire alle donne di Calabria che si possono ribellare e che lo Stato sarà al loro fianco». Anche la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro ha espresso «grande tristezza e amarezza» per la morte di Denise, ricordando il coraggio con cui aveva denunciato. Ferro ha rivolto «a Lea Garofalo e a Denise» il pensiero più commosso, sottolineando la necessità di accompagnare ora «il percorso del piccolo figlio».
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