Ma quale banchiera. A Francoforte hanno stravinto i giochi della politica
Per gli europei non c’è da rammaricarsi. La probabile uscita anticipata di Christine Lagarde dalla Bce, che potrebbe tentare la corsa all’Eliseo, non è una cattiva notizia. Se non altro perché mette fine a un equivoco: quello di una politica e avvocata d’impresa presentata come economista. Una figura di successo che ha prima guidato il Fondo monetario internazionale grazie alle relazioni costruite nel tempo e poi la Banca centrale europea forte del prestigio acquisito proprio al vertice dell’Fmi.
Secondo la narrazione dominante, Lagarde incarnerebbe la competenza. Niente di più falso. In effetti, la sua figura rappresenta soprattutto il trionfo della politica, in modo non diverso da quanto accaduto in Italia con Romano Prodi o Mario Monti. Non la politica dello scontro ideologico, naturalmente, ma quella dei compromessi, delle relazioni e del consenso tra governi. La sua carriera è stata il frutto di una straordinaria capacità di mediazione e costruzione del consenso, non certo di una produzione scientifica nel campo della teoria monetaria o della finanza.
Affermata avvocata d’affari, approdò al ministero dell’Economia francese durante la presidenza Sarkozy, distinguendosi soprattutto per le sue doti politiche più che per i risultati nel risanamento dell’economia. Fu però proprio quell’esperienza a consentirle di accumulare il capitale relazionale che nel 2011 la rese la candidata ideale per succedere al connazionale Dominique Strauss-Kahn alla guida del Fondo monetario internazionale.
Da quel momento il suo percorso assume quasi un carattere paradossale. Per consolidata consuetudine, la direzione del Fmi spetta a un europeo: non è una regola formale, ma il risultato di un equilibrio geopolitico. Lagarde fu scelta perché ritenuta capace di rassicurare i governi, gestire le relazioni e parlare il linguaggio delle élite internazionali. Le sue competenze economiche, piuttosto modeste, passarono in secondo piano rispetto alla capacità di tenere insieme interessi divergenti. Lo stesso schema si è ripetuto con la Bce. Dopo Mario Draghi, economista di formazione, la guida dell’istituto è passata a una figura che aveva trascorso l’intera carriera nella politica. È un passaggio che dice molto anche dell’evoluzione delle banche centrali, ormai sempre più orientate alla costruzione del consenso quanto, se non più, alla competenza tecnica.
C’è qualcosa di curioso. Le banche centrali si sforzano di fondare la loro legittimazione sull’indipendenza, così da sottrarre la moneta alle convenienze del momento. Affidarne la guida a figure come Lagarde, apprezzate soprattutto per le loro qualità diplomatiche, ha reso quel principio ancor meno credibile. Con lei, inoltre, la Bce ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione a temi come il cambiamento climatico, le disuguaglianze e la parità di genere, accentuando una politicizzazione woke che ha allontanato l’istituto dalla sua missione originaria di tutela della moneta e del risparmio.
Il percorso di Lagarde, che non a caso si prepara ora a sfidare la destra francese, attesta anche come le grandi istituzioni economiche non selezionino necessariamente il miglior studioso disponibile, ma la personalità più adatta a preservare gli equilibri tra governi, banche centrali, mercati e organismi sovranazionali. Una dinamica ancora più evidente nel caso della Bce, chiamata a confrontarsi quotidianamente con molteplici livelli di governo.
In questo senso Lagarde interpreta il nostro tempo: non è una tecnocrate prestata occasionalmente alla politica, bensì una politica chiamata a dirigere grandi apparati tecnocratici, rivendicando competenze che in realtà non ha. E probabilmente è questo il lascito più significativo della sua esperienza a Francoforte.
Non tanto le decisioni sui tassi d’interesse, né i programmi di acquisto dei titoli pubblici a sostegno di economie fortemente indebitate, quanto l’aver dimostrato come, nell’Europa contemporanea, perfino le istituzioni nate per limitare il potere della politica finiscano, prima o poi, per esserne assorbite e guidate.
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