Ucraina, da Ue e Canada 70 miliardi
In vista del summit Nato che si aprirà martedì ad Ankara i fronti caldi sono due. Quello più «esterno», cioè il posizionamento dell’Alleanza atlantica rispetto a un Donald Trump che non smette di polemizzare su quanto siano risicati gli investimenti in difesa dei Paesi europei. E quello più «interno», cioè il rapporto tra Giorgia Meloni e il presidente americano, un equilibrio che si è decisamente incrinato dopo il G7 di Évian di metà giugno.
Sul primo versante, i Paesi europei della Nato e il Canada si sono impegnati a fornire 70 miliardi di euro di aiuti all’Ucraina sia nel 2026 che nel 2027. Insomma, 140 miliari in tutto. Anche se, spiegano da Palazzo Chigi, «l’Italia avrebbe preferito un impegno anno per anno, per scommettere anche sul negoziato e non solo sulla pressione militare». Ma il timore che Trump possa usare
il palcoscenico di Ankara per l’ennesima piazzata resta. Tanto che i lavori del vertice annuale della Nato sono stati compressi al minimo: «social dinner» martedì, una sola sessione di lavoro mercoledì e conclusioni del summit in una paginetta striminzita. Una scelta condivisa tra Stati Uniti e il resto degli Alleati. I primi non vogliono perdere inutilmente tempo, tanto che la diplomazia americana ha già fatto sapere che Trump vorrebbe far diventare biennale il summit Nato che ormai da quasi una decade è appuntamento annuale fisso. I secondi temono che tempi lunghi possano favorire le uscite fuori controllo dell’ex tycoon.
Sul secondo versante, invece, fonti diplomatiche italiane fanno sapere che la prossima settimana in Turchia non è in programma alcun faccia a faccia Meloni-Trump. «Ad Ankara staranno per due giorni nella stessa stanza, che però è ben più ampia di quella del G7 di Évian», riferiscono lasciando intendere che Meloni non ha alcuna intenzione di sollecitare un bilaterale. Che potrebbe anche avere ricadute positive sul fronte internazionale, ma che allo stesso tempo – visto quanto è detestato The Donald in Italia – rischia di essere un gigantesco boomerang. È una delle ragioni per cui l’inevitabile riavvicinamento del governo italiano a Washington procede a passi felpati.
D’altra parte, i sondaggi di via della Scrofa parlano chiaro e raccontano una percezione generalizzata del Paese – e anche dell’elettorato di centrodesrta – in cui sia Israele che gli Stati Uniti sono visti alla stregua di Stati canaglia. Una convinzione che soprattutto nei giovani si va ormai stratificando. Di qui la scelta di Meloni di non essere al ricevimento di villa Taverna, come pure la cautela con cui la diplomazia italiana immagina il summit di Ankara.
La premier, però, ieri ha sentito personalmente Recep Erdogan, presidente della Turchia che ospita l’imminente vertice Nato ad Ankara, ma anche il principale leader di peso che riesce ad essere contemporaneamente interlocutore affidabile con Mosca, Kiev e Washington.
Un buon viatico per approcciarsi a un summit Nato dove l’Italia porta uno 0,71% di spese militari (per un complessivo 2,8% del Pil) su cui sono puntati i riflettori degli Alleati, che sostengono non siano fondi strettamente dedicate alla difesa. Non è un caso che a Palazzo Chigi ci tengano a dire che i 70 milioni per l’Ucraina nel 2027 siano da stanziare pro-quota ma su base volontaria.
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