Marche

«Rischiamo il fermo. Costi aumentati da 1.900 a 3mila euro al giorno»


ANCONA Il mare è lì, davanti alla banchina, ma uscire costa sempre di più. La cooperativa produttori pesca di Ancona ha già tirato il freno: per ora tre giornate di pesca a settimana, ma il passo successivo potrebbe essere scendere a due. E, se non arriveranno risposte, anche fermarsi. A far saltare i conti è il gasolio marittimo, pagato oggi tra 1,05 e 1,10 euro al litro. Prima della guerra in Medio Oriente costava 65-67 centesimi. Il calcolo è immediato. Una barca grande consuma anche 3mila litri al giorno. «Siamo passati da 1.900 euro di spese giornaliere a 3mila», dice Lazzari. Su tre giorni di pesca significa arrivare a 9mila euro solo di carburante. E il diesel è soltanto la parte più evidente del problema: «È tutto l’insieme: corde, ferro, nylon, plastica». Ogni settimana si fanno i conti e si decide se uscire due o tre giorni. «Fino ad adesso ne facciamo tre. Altrimenti ci rimetti». 

I costi

La cooperativa anconetana coinvolge una trentina di pescherecci, con una media di 4 o 5 marinai per barca. In tutto, tra pescatori e personale collegato, si parla di 200-300 lavoratori. «Cerchiamo di garantire la paga», è la preoccupazione che arriva dalla banchina. Ma dietro la pesca c’è anche un indotto più largo: mercato ittico, aste, trasporti, forniture, manutenzioni. Se le barche riducono le uscite, l’effetto si allarga. Il rischio è anche commerciale. «Se peschi poco, il prezzo aumenta, ma poi il pesce lo importano dall’estero», avverte Lazzari. Lo stesso nodo viene richiamato da Simone Cecchettini, di Legacoop Marche Pesca: «Il rischio di blocco c’è, la preoccupazione è forte anche tra i pescatori». Nella sola Legacoop di Ancona gli associati sono circa cento, che diventano quattrocento considerando l’intero perimetro regionale che non è immune ai rialzi. «Per le barche più grandi l’impatto dei costi può pesare per oltre il 50% sul reddito delle imprese», continua Cecchettini.

Diversa, ma non immune, la situazione delle vongolare. «Noi subiamo meno rispetto ai pescherecci, perché facciamo meno ore di pesca, ma l’aumento dei prezzi tocca anche noi», spiega Giacomo Mengoni, presidente della Cogevo. Le uscite durano in media due o tre ore, con consumi attorno ai 250 litri, e la pesca è contingentata da quote ministeriali: 400 chili. «Questo significa che non possiamo aumentare il pescato, per ammortizzare le spese. Oggi facciamo quattro giorni a settimana, che potrebbero diventare tre. Anche quando non si pesca, però, i contributi e le spese fisse restano: la barca è armata». La protesta guarda alle risposte del governo. Nel mirino ci sono i ritardi e le misure giudicate insufficienti: per il fermo biologico le barche restano ferme 45 giorni, ma ne vengono pagati 30, e gli operatori spiegano che i pagamenti sono fermi al 2023. C’era poi la promessa del credito d’imposta sul gasolio, fino al 20%, con il nodo di Iva e contributi: la richiesta è che, dopo il decreto, si arrivi anche all’attuazione e quindi al riconoscimento per i mesi di marzo, aprile e maggio.

Il tavolo

Ieri a Roma era previsto un tavolo tecnico con tutte le associazioni del settore. «Alla pesca e alle aziende manca liquidità. O ci aiutano o ci regoliamo di conseguenza», dice Lazzari. Luigi Rombini, della Cooperativa produttori pesca di Ancona, è netto. «Con una barca più grande si arriva anche a 4mila euro al giorno di gasolio. È la differenza tra andare avanti e chiudere l’attività: per ora siamo sopravvissuti grazie a fattori fortunati, cioè che il pesce c’è». Ma l’equilibro resta fragile. E le richieste passano anche da un’ipotesi di prezzo fisso o calmierato, «costruito su una media storica – dice Rombini- oltre quella soglia, dovrebbe essere lo Stato ad ammortizzare gli aumenti. Anche perché, conclude , «noi non abbiamo alcun potere sull’aumento del prezzo di vendita del pesce». Il fermo biologico scatterà il 31 luglio, ma il rischio è che molte barche siano costrette a restare in porto già prima di allora.




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