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Famiglia chiede in risarcimento quasi 900mila euro al MIM per lo studente che si sarebbe lanciato nel vuoto a Torino

Sarebbe di quasi 900mila euro la richiesta di risarcimento avanzata dai genitori di un liceale nei confronti del dicastero dell’Istruzione.

A riferire la notizia è il quotidiano Repubblica, ricostruendo i drammatici contorni di una vicenda che risalirebbe a maggio 2024. Protagonista del caso un giovane, all’epoca iscritto al secondo anno del liceo Cambridge presso il Convitto Umberto I di Torino, il quale si sarebbe lanciato nel vuoto in seguito a una situazione scolastica descritta come carica di tensioni.

Lo scontro in classe e le parole della docente

Il clima sarebbe precipitato durante la restituzione di una prova scritta. Stando a quanto riportato, l’insegnante di greco avrebbe mosso pesanti critiche all’alunno di fronte al resto della classe, accusandolo di scarsa onestà. Il compito, giudicato fin troppo perfetto, avrebbe indotto la professoressa a sospettare l’utilizzo di strumenti vietati, come smartphone nascosti o risorse online, suggerendo un probabile ricorso a scappatoie digitali.

La situazione si sarebbe aggravata ulteriormente quando la docente, valutando anche alcune lievi insufficienze in altre materie in prossimità della chiusura dell’anno, avrebbe paventato al giovane una bocciatura in sede di scrutinio, per poi definirlo, secondo le ricostruzioni, “una delusione umana“.

Il tentativo di recupero e la tragica caduta

Pietro, nome fittizio utilizzato dalla testata per proteggere l’identità del minore, si sarebbe ripresentato a scuola qualche giorno dopo, presumibilmente con l’intento di affrontare un’interrogazione per rimediare all’episodio. I compagni e la stessa istituzione scolastica avrebbero confermato in seguito questa volontà del ragazzo. Tuttavia, l’assenza della docente durante la prima ora avrebbe potuto innescare nel giovane un cortocircuito emotivo.

Il liceale si sarebbe quindi diretto verso i bagni del piano, formalmente inagibili ma di fatto accessibili, lasciandosi cadere nel vuoto dalla finestra aperta. L’impatto sarebbe stato casualmente attutito da un mezzo in sosta, circostanza che gli avrebbe salvato la vita. Il bilancio per lo studente parlerebbe comunque di lesioni diffuse, con il rischio concreto di danni permanenti all’uso del piede sinistro.

Esclusa la pista familiare, si ipotizza il mobbing

Il quadro clinico e psicologico del minore sarebbe stato analizzato da specialisti in neuropsichiatria infantile, interpellati per fare luce sulle cause del drammatico gesto. Come riporta Repubblica, gli esperti avrebbero escluso responsabilità legate all’ambiente domestico. La famiglia sarebbe stata descritta in un “quadro del tutto fisiologico e privo di qualsiasi nesso eziologico con l’accaduto, nonostante fin dall’inizio si siano rivolte all’ambiente familiare le maggiori e specifiche attenzioni“.

Le valutazioni cliniche si sarebbero invece concentrate sulle dinamiche vissute tra i banchi, mettendo in luce “un rapporto non normale tra Pietro e la sua insegnante di greco“. Questa conflittualità avrebbe generato nel ragazzo una profonda sofferenza, inquadrabile come sindrome da burnout. Il comportamento della docente, valutato dai professionisti come imprevedibile e carente di un solido equilibrio educativo, potrebbe configurare un’ipotesi di mobbing verticale, noto anche come bossing.

La battaglia legale per presunta omessa vigilanza

Basandosi sulle perizie mediche, la famiglia avrebbe affidato l’incarico ad un avvocato per procedere legalmente contro il Ministero dell’Istruzione. La considerevole richiesta economica avrebbe lo scopo di sostenere le ingenti spese sanitarie e compensare le gravi conseguenze fisiche e psicologiche patite dal giovane. Il contenzioso, però, si estenderebbe anche ad altre presunte criticità, puntando il dito contro la pericolosità di una finestra priva di protezioni all’interno di un bagno pur dichiarato inagibile.

L’azione legale, la cui prima udienza dibattimentale sarebbe fissata per ottobre 2026, metterebbe sotto accusa la mancanza di controllo all’interno dell’istituto. I legali della famiglia evidenzierebbero: “È oggettivo che in quella scuola, quella mattina, è mancata ogni forma di vigilanza: l’insegnante non era in classe e non vi era nessuno in grado di cogliere il malessere di un ragazzo che certamente era entrato a scuola in uno stato particolare“. Spetterà all’autorità giudiziaria accertare le dinamiche e definire le eventuali responsabilità dell’amministrazione.


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