Il «codice Thun» e il genius loci da onorare perché la gente lo cerca sempre
Da Teseo a Borges a quello della Masone, spesso il labirinto è un percorso di consapevolezza. Partire, cercare, raggiungere. Lo studio milanese di Matteo Thun un po’ lo ricorda: in un palazzo di Via Appiani a Milano, dal 1984 a oggi si è sviluppato annettendo e connettendo spazi, abitati da persone, pc, libri, appunti, piante. Umberto Eco lo avrebbe classificato come un labirinto a rete, dove ogni punto è connesso con gli altri. Lo studio è anche una stratificazione di consapevolezza, di chi si è, cosa si fa e dove si vuole andare. Nella sala riunioni, poi, un enorme tavolo di legno di noce è l’ideale centro di gravità intorno al quale prendono forma i progetti di uno degli architetti italiani più noti al mondo, apprezzato e ricercato per la sua attenzione alla sostenibilità, un termine che 25 anni fa, «esattamente l’11 settembre 2001», nota Thun, decise che non avrebbe mai più usato, sostituendolo con consciousness, consapevolezza e coscienza, «di dover dare un contributo».
Il suo percorso è iniziato nelle grandi stanze di castel Klebenstein a Bolzano, dove Matthäus Antonius Maria Graf von Thun und Hohenstein – questo il suo nome completo, che rivela le antiche e aristocratiche origini della sua famiglia – ha passato i primi anni di vita. Modellando l’argilla, la mamma Lene inventò gli angioletti che avrebbero preso il loro cognome e dato origine alla celebre azienda di ceramiche. Da bambino fu ammesso all’atelier, era bravissimo a creare animali. «Ho sempre pensato che l’intelligenza della mano precedesse quella del cervello», nota. Nello stesso anno in cui Thun inaugurava il suo studio, in Collezione di sabbia Calvino elevava l’artigianato a forma di conoscenza. E le sei proposte per il nuovo millennio dello scrittore – leggerezza, velocità, precisione, visibilità, molteplicità, coerenza –, insieme all’ambizione alla semplicità di Ettore Sottsass, uno dei suoi maestri, e alla capacità di cogliere l’essenza delle cose, appresa da giovanissimo alla Schule des Sehens di Oskar Kokoschka, hanno contribuito a creare un “codice Thun”, che l’architetto ha applicato a innumerevoli progetti di case, sedi di aziende, alberghi, resort, spa, ma anche tazzine (le celebri Illy), vasi, orologi, interni di yacht. Un codice diffuso in tutto il mondo, ma che nelle Alpi delle origini ha trovato la sua heimat.
Con un tono pacato quanto fermo, sulle Alpi, e non solo, Thun non ha dubbi: «Bisognerebbe bloccare ogni nuova costruzione e puntare sul recupero. Anche se in Italia c’è una grande cultura su questo, trovo sia inammissibile che alcuni colleghi vogliano ancora puntare sul nuovo». Nel nostro Paese ci sono circa 7 milioni di edifici abbandonati, “cadaveri di architettura insepolti”, come li definì Ernesto Nathan Rogers. Nel suo percorso di consapevolezza, Thun ha da tempo raggiunto la decisione di prediligere la rinascita: a Venezia, per esempio, in spazi abbandonati ha firmato bellissimi alberghi, il JW Marriott Venice Resort & Spa sull’Isola delle Rose e il The Langham, del quale si stanno ultimando i lavori, in un’ex vetreria di Murano. A Salò ha appena trasformato una ex fabbrica di acqua minerale nel Falkensteiner Resort Lake Garda e a Treviso l’area dei Mulini Mandelli, abbandonata da quasi un secolo, ospiterà residenze e parchi. Quando progetta edifici nuovi, Thun lo fa quasi nascondendo la loro genesi: è accaduto con il recente ampliamento dell’hotel dell’amico Gustav Thöni, il Bella Vista di Trafoi, costruito con legno e pietra lavorati da artigiani locali, elementi modellati dall’acqua del Rio Trafoi e tessuti ispirati alla tradizione della Val Venosta. «Ogni nostro lavoro parte dall’individuare e rispettare il genius loci – dice –, è un progetto che deve sottomettersi alla bellezza intrinseca di un luogo, non il contrario». Uno dei materiali che meglio esprime l’essenza di un luogo, perché formato dai suoi elementi, è il legno, non a caso il più amato da Thun, che lo ha reso il suo emblema da quando, negli anni 90, firmò “O sole mio”, pionieristico progetto di casa in legno ecologica e autosufficiente: «Il legno è il cemento del XXI secolo e si sposa perfettamente con la nostra filosofia dei “tre zero”: zero km, zero emissioni, zero rifiuti». Uno dei più celebri progetti in legno di Thun è il Vigilius mountain resort, a 1500 metri di altezza sul passo del Monte San Vigilio, con una struttura che si erge silenziosa fra gli alberi. Soprattutto in questo periodo il pensiero corre alle code sui sentieri per raggiungere luoghi instagrammabili, scattare un selfie e andarsene. «Il diritto alla montagna va tutelato, ma se andiamo sulle Alpi è per cercare la bellezza e non possiamo dunque distruggere noi stessi. Anche quando si costruisce un albergo, l’errore è omologarsi, prostituirsi alle aspettative degli ospiti. Il genius loci va rispettato, anche perché alla fine è quello che le persone cercano». I suoi progetti sono spesso associati alle esperienze di lusso, ma Thun sottolinea con forza che «non facciamo solo quello. Per esempio, uno dei progetti che mi rende più fiero è il camping di Marina di Venezia, a Cavallino Treporti, veramente per ogni tasca». Più che “lusso”, allora, che vive una certa fatica esistenziale, la parola faro è “qualità”: «La qualità architettonica si misura prima di tutto dalla sua resistenza al tempo. Il legno migliora con il tempo, e insegna una relazione con i materiali – sottolinea. Anche nel suo uso si sta tornando all’antico, per esempio con il legno lunare (tagliato cioè in luna calante, ndr), che insieme a quello che si raccoglie a gennaio, offre maggiore qualità».
Questa parola ricorre anche nelle riflessioni riservate alla moda, un mondo che Thun ama e ha conosciuto da vicino grazie alla moglie Susanne, professionista nell’editoria del settore negli anni 80 e oggi art director dello studio: «Anche i grandi marchi stanno perdendo qualità, e questo ha causato un cambiamento della relazione delle persone con la moda. Guardo con interesse alla Cina, alla sua discontinuità con il passato, che interessa l’architettura come la moda: molti architetti stanno lavorando sempre più sul recupero e le giovani generazioni non hanno interesse a spendere in marchi storici, come Dior o Hermès, come facevano i loro genitori». Nella Milano del boom della moda Thun aprì il suo studio, dopo aver partecipato allo Studio Memphis, fondato da Ettore Sottsass, un collettivo alfiere del colore e dell’estrosità del design contro il grigiore e il funzionalismo che allora lo dominavano. I Righeira indossavano le loro cravatte, Karl Lagerfeld collezionava le loro creazioni: «La città degli anni 80 era fantastica, attraversata da una grande creatività. Certo, quello che oggi sta accadendo sul piano fiscale (il riferimento è alla flat tax di 300mila euro sui redditi prodotti all’estero, ndr) di certo attrae molte persone, ma crea un dislivello economico enorme. Tuttavia, se la polarizzazione della società non si può negare, credo che le nuove generazioni saranno migliori. Anche negli Stati Uniti qualcosa è già cambiato: sono certo che nei prossimi dieci anni le diverse parti riusciranno a contaminarsi, a entrare in contatto. La destra radicale non ha futuro. Ma non voglio parlare di politica».
Eppure l’architettura oggi non può non essere politica, nella progettazione, nei materiali, nei processi. Dalla rigenerazione dei luoghi può scaturire quella delle persone, alle quali la consapevolezza non deve essere imposta, ma suggerita anche attraverso i luoghi quotidiani, non solo di vacanza: «Abbiamo creato il concetto di “Hospitecture”, secondo il quale si può essere trattati come ospiti, con tutti i riguardi del caso, anche in ospedale». Il riferimento è al Waldkliniken di Eisenberg: nelle foreste della Turingia, il più grande centro specializzato in ortopedia della Germania è stato ampliato con la stessa filosofia, ed estetica, di un hotel dedicato al benessere. Così ha preso forma anche la sede di Davines nei pressi di Parma, pensata come un villaggio immerso in un grande giardino, e persino un inceneritore a biomasse a Schwendi, in Germania: «Noi architetti abbiamo il dovere, l’impegno, che ci siamo assunti diventando tali, di contribuire all’estetica e alla funzionalità degli spazi pubblici», nota Thun.
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