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Come l’AI sta ridefinendo ruoli e competenze nel lavoro moderno

Il dibattito sull’intelligenza artificiale nel lavoro continua a essere dominato, fra le tante, da una domanda in particolare: quante posizioni verranno sostituite da chatbot e agenti? I dati del Cegos International Barometer 2026 “Transformation, Skill & Learning” suggeriscono un’interpretazione del tema più ampia, dando maggiore rilevo a un’altra tendenza: l’AI non sta cancellando il lavoro ma ne sta profondamente cambiando (e ne cambierà ancor di più in futuro) contenuti, competenze e modalità operative, imponendo alle organizzazioni una velocità di adattamento senza precedenti. L’indagine, realizzata su un campione internazionale di direttori HR e lavoratori, mostra un quadro tutto sommato già noto ma con qualche indicatore per certi versi sorprendente. Il 68% dei responsabili delle risorse umane, innanzitutto, individua in intelligenza artificiale e automazione il principale fattore destinato a incidere sul bagaglio di conoscenze professionali nei prossimi due anni; solo il 31% dei lavoratori teme la scomparsa del proprio impiego mentre il 74% è convinto che sarà il contenuto stesso del proprio ruolo a cambiare. Parallelamente, i manager HR stimano che quasi un quarto delle mansioni oggi esistenti possa andare incontro a obsolescenza delle competenze entro tre anni.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Evitare il rischio di deriva tecno-centrica

La trasformazione in atto appare quindi graduale e non traumatica come in alcuni casi viene dipinta, per quanto si muova a un livello più profondo di quanto il dibattito pubblico lasci intendere. La vera questione su cui riflettere (e agire), in altre parole, non è la sostituzione delle persone bensì la ridefinizione continua del loro contributo all’attività aziendale. E c’è un indicatore dello studio di Cegos che rafforza questo assunto: il 74% dei lavoratori prevede una modifica sostanziale del proprio ruolo entro il 2035, confermando di fatto come la percezione del cambiamento sia ormai strutturale e non episodica. Ed è proprio questo, secondo Emanuele Castellani, Executive Board Member del Gruppo Cegos e Ceo di Cegos Italia, il nodo strategico che il management deve affrontare. «L’AI – ha spiegato infatti al Sole 24 Ore – può essere un booster straordinario, ma le sue radici tecnologiche producono valore solo se passano attraverso le persone. Il rischio, oggi, è pensare che la trasformazione si giochi tutta sull’adozione degli strumenti innovativi, sulla capacità di automatizzare processi o, in modo ancora più riduttivo, sull’imparare a scrivere prompt migliori. È una visione parziale». Parole chiare e concetti altrettanto espliciti, che trovano concretezza in una sfida che secondo Castellani chiama le organizzazioni ad accompagnare le persone in un percorso di appropriazione consapevole, lavorando su mindset, capacità critiche, collaborazione, responsabilità e gestione dell’incertezza. Un quadro complesso in cui si inserisce anche un elemento spesso sottovalutato ma strettamente legato al rischio di deriva tecno-centrica. «L’AI – ha infatti precisato il manager – non è solo un acceleratore di produttività, ma può diventare una nuova fonte di pressione continua sulle persone, con impatti su stress, relazioni e clima organizzativo. I vertici aziendali devono governare l’intelligenza artificiale come trasformazione organizzativa e culturale, non solo tecnologica».

Le persone corrono, le organizzazioni inseguono

Uno dei dati più interessanti del Barometer 2026 di Cegos è il divario tra la fiducia individuale e quella riposta nell’azienda nel suo complesso. I lavoratori assegnano a sé stessi un voto superiore a 7 su 10 rispetto alla capacità di adattarsi al mondo del lavoro del 2035, mentre valutano con maggiore prudenza la capacità delle proprie organizzazioni di tenere il passo. Altri indicatori confermano del resto questa sensazione. Il 91% dei responsabili HR, per esempio, considera lo sviluppo delle competenze una priorità strategica mentre il 77% ritiene la propria azienda sufficientemente agile nel rispondere ai bisogni formativi. Dal lato dei lavoratori, per contro, oltre il 40% degli intervistati (in Italia questa percentuale sale al 53%) afferma che la formazione è fornita in ritardo.

Numeri che mettono in chiara evidenza i contorni, spesso paradossali, del cosiddetto “time to competency” e che riflettono la tendenza secondo cui le aziende hanno ormai compreso che il vantaggio competitivo dipende dalla velocità con cui sviluppano nuove competenze ma faticano ancora a tradurre questa consapevolezza in processi altrettanto rapidi. «Le persone – questa la sintesi in merito di Castellani – sentono di poter cambiare ma non sempre percepiscono l’organizzazione come altrettanto pronta. il cambiamento non diventa sistemico se resta confinato all’entusiasmo e all’iniziativa dei singoli o alle sperimentazioni isolate ma non funziona neppure se viene imposto dall’alto e in chiave top-down». Chi è alla guida delle imprese, spiega in dettaglio il Ceo di Cegos, deve riuscire a combinare la spinta dal basso e il coordinamento dall’alto, alimentando curiosità e sperimentazione e allo stesso tempo dare direzione, priorità, cornici di sicurezza e coerenza con gli obiettivi aziendali. Il ruolo dei leader diventa quindi decisivo, aggiunge ancora Castellani, «perché oggi questa figura deve trasformare l’energia individuale in capacità collettiva, facendo dell’apprendimento non un evento, ma un modo stabile di lavorare».

La Gen AI cresce più della sua governance

L’adozione dell’intelligenza artificiale generativa, vero spartiacque (con il lancio mondiale della prima versione di ChatGPT a fine 2022) procede rapidamente, ma continua a svilupparsi in modo disomogeneo. O almeno questo dicono i lavoratori: il 79% del campione oggetto di indagine conferma infatti di utilizzare strumenti di Gen AI nella sfera personale mentre l’impiego professionale si ferma al 64% (e al 56% in Italia). Ancora più significativo è il dato che riguarda lo scarto tra reale utilizzo e modalità di controllo dello strumento: solo il 32% dei dipendenti aziendali ha ricevuto una formazione internamente all’organizzazione o attraverso community dedicate all’AI, mentre appena il 28% delle imprese (il 22% in Italia) dichiara di avere formalizzato e condiviso regole di utilizzo della tecnologia.


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