«Il mio Matteo ucciso e gli haters si sono scatenati»
SAN BENEDETTO Nicoletta Sprecacè, mamma del piccolo Matteo Brandimarti, morto annegato a 11 anni il 9 aprile dopo giorni di agonia, rompe il silenzio e affida la sua disperazione in una lettera. Proprio nel giorno in cui i consulenti, per la famiglia Claudio Cacaci d’accordo con l’avvocato Umberto Gramenzi, hanno fatto il sopralluogo dove il piccolo è rimasto incastrato nel bocchettone dell’idromassaggio, la Spa di Pennabilli, misurando diametro e profondità della vasca.
Il ricordo
«Ottanta centimetri, un’altezza che per un bambino è un gioco.
Sembrava un luogo sicuro, ma sotto quell’acqua si nascondeva un mostro meccanico, un cuore di acciaio che batteva al ritmo di una pompa idraulica, rimasto senza lo scudo della sua grata. Tutto è successo in un istante: un passo e poi quella voragine invisibile che ha richiamato a sé la gamba, inghiottendola fino all’inguine».
Nicoletta ripercorre quei momenti da incubo per lei e il marito Maurizio: «Non è stata l’acqua a tradirlo, è stata la fisica. Quella forza cieca, brutale, che non conosce pietà e che trasforma un tubo di scarico in un morsa inarrestabile. Tre paia di braccia, di un padre, di una madre e di uno zio, si sono intrecciate in una lotta disperata. Abbiamo tirato con la forza dell’amore e del terrore ma contro la potenza della macchina eravamo impotenti. La pompa non sentiva le mie grida, il mio cuore straziato, continuava a fare il suo lavoro, implacabile perché nessuno aveva pensato di installare un tasto per dirle di fermarsi. Non c’era un interruttore di emergenza, un salvavita. Solo il silenzio colpevole di una sicurezza che esisteva solo sulla carta». Nicoletta, già provata deve pure lottare anche contro giudizi ed hater: «E mentre il mondo intorno si fermava, è iniziato il rumore dei giudizi. Non sanno chi era Matteo, non conoscono la luce che portava negli occhi, né il vuoto che ha lasciato in casa, ora sembra troppo grande e silenziosa».
La vasca
Su quel bordo vasca ieri si sono riuniti «con i taccuini e i cronometri: fanno le prove, misurano la pressione, calcolano i flussi, Io vorrei essere lì, non come spettatore, ma testimone di questo peso atroce». «Vorrei – chiude la donna – che mettessero le loro mani nell’acqua, che provassero sulla propria pelle cosa significa combattere contro un mostro che non si ferma, per capire che nostro figlio non è stato vittima del caso, ma dell’indifferenza di chi ha lasciato che una piscina diventasse trappola. Vorrei che guardassero il fondo di quella vasca e vedessero quello che vedo io: l’assenza di mio figlio che è stato ucciso dalla negligenza di qualcuno».




