Umbria

Dl Sicurezza, imprenditore umbro della canapa accusato di spaccio: «Distruggono un settore»


di Elle Biscarini

Giacomo Nasti è un giovane imprenditore toscano che da anni vive a Perugia e si definisce «perugino d’adozione». Lui e suo cugino, dal 2020, hanno investito nel settore dei «grow shop», ossia quei negozi che una volta vendevano articoli per fumatori, cibo, cosmetici e prodotti per la coltivazione di piante di canapa e oggi, anche infiorescenze di cannabis light. Ma a causa dell’articolo 18 del decreto Sicurezza, sia lui che il cugino sono indagati per spaccio e i loro prodotti sono stati sequestrati. Una situazione questa che non riguarda solo loro, ma decine di imprenditori agricoli in tutta Italia, per la maggior parte giovani under 35, che ora denunciano l’irragionevolezza dell’azione governativa nei loro confronti e i danni che questo sta causando.

In Italia, la coltivazione della canapa è legale per scopi esclusivamente industriali e agricoli, regolamentata dalla legge 242 del 2 dicembre 2016, che promuove la coltivazione della Cannabis sativa L. con un contenuto di tetraidrocannabinolo (Thc) inferiore allo 0,2/0,3 per cento nelle parti verdi delle piante, secondo i metodi definiti dai regolamenti comunitari. Esiste un margine di tolleranza fino allo 0,6 per cento di Thc, al di sopra del quale le coltivazioni possono essere sequestrate o distrutte dall’autorità giudiziaria, senza che ciò implichi una responsabilità per l’agricoltore. «Il problema è che la legge 242 è vaga – spiega Nasti – e non ha legalizzato nulla. In realtà ha solo creato una zona grigia che rende “non illegali” i prodotti derivanti dal fiore della canapa se la concentrazione del principio attivo Thc è inferiore allo 0,5 per cento. Quello che viene chiamato comunemente Cbd o cannabis light, per capirci».

La problematica principale della legge 242/2016, è che non ha tuttavia sancito regole chiare per il settore: «Alla fine ce le siamo dati da soli – continua Nasti – abbiamo definito da soli delle regole per la conservazione dei prodotti, per l’imballaggio, la qualità dei semi e una filiera tracciabile e trasparente. Addirittura la legge 242 considera le infiorescenze di cannabis light come florovivaismo, prodotti da collezione: non c’è alcun divieto di vendita ai minori di 18 anni. Altra regola che, invece, come settore abbiamo deciso di darci in autonomia».

Tra il 2020 e il 2023 Nasti e il cugino hanno aperto prima un e-commerce, poi un negozio fisico in via Ascanio della Corgna a Perugia: «È praticamente un business familiare – dice intervistato da Umbria24 – avremmo bisogno di assumere dipendenti, ma non possiamo permettercelo». E sicuramente non lo possono più fare, da quando viene convertito in legge il dl Sicurezza: «Il decreto all’inizio non ci ha fatto chiudere immediatamente – racconta Nasti – ma è il suo articolo 18 che ci ha fatto entrare in un clima di incertezza totale».

Prima del decreto, la legge 242 poneva in capo alle forze dell’ordine l’onere di dimostrare che le coltivazioni di canapa fossero legali: «Controlli e sequestri ce ne sono stati anche prima, certo – continua Nasti – ma allora il compito degli agenti era dimostrare che il materiale sequestrato avesse concentrazioni illegali di Thc, ossia superiori allo 0,5/0,6 per cento, per accusarti di qualcosa. La maggior parte delle volte si concludeva in un nulla di fatto, perché appunto, come settore ci siamo dati delle regole e cerchiamo di rispettarle».

Ma la confusione comincia nell’ultimo anno, prima con il dl Sicurezza e l’articolo 18 che vieta «importazione, cessione, lavorazione, distribuzione, commercio, trasporto, invio, spedizione e consegna delle infiorescenze della canapa (Cannabis sativa L.), anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, nonché di prodotti contenenti tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli olii da esse derivati». «In pratica, la cannabis light è stata dichiarata sostanza stupefacente – spiega Nasti – senza però che abbia effettivamente effetti droganti e stupefacenti». E non è l’unica contraddizione: «Per come è scritto questo articolo – aggiunge – pasta, prodotti per la cosmetica, persino i mattoni di canapa potrebbero essere vietati».

Ma anche questo non è chiaro: «Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida ha dichiarato più volte che loro non hanno cambiato nulla. Che quello che era illegale ieri è illegale anche oggi. Però se ieri mi facevano un controllo e l’unica cosa che potevano fare le forze dell’ordine era fare le analisi e verificare se i miei prodotti fossero regolamentari o meno. Adesso arrivano, sequestrano tutto e ti denunciano in automatico per spaccio. È successo a tanti colleghi, ora sta succedendo anche a me e mio cugino. Lo metti in conto, certo, però è un danno grosso per un piccolo imprenditore».

«Tutto questo avviene – secondo Nasti – perché gli agenti grazie all’articolo 18, possono agire nell’ambito del Testo unico sugli stupefacenti. I giudici finora hanno sempre assolto tutti, anche perché secondo il Testo unico, non esiste un limite prestabilito entro il quale non c’è effetto drogante. Ma la Corte di Cassazione e la legge 242 hanno stabilito che per essere stupefacente la canapa deve avere una concentrazione di THC superiore allo 0,5/0,6 per cento. Negli ultimi tempi, si parla di assenza di effetto drogante entro l’1 per cento. Quello che vendiamo noi è ampiamente sotto questo limite e per questo i tribunali non possono fare altro che assolvere. Ma nel concreto, quello che è accade è solo più confusione e danni enormi ad un settore giovane e in crescita».

Secondo i dati di Coldiretti, alla fine del 2024 il settore della canapa vantava «una filiera che vale mezzo miliardo di euro, con 3mila aziende agricole, 30mila posti di lavoro e un peso rilevante sull’innovazione green e sul rilancio delle zone interne». «Il primo danno che ti creano è d’immagine – dice Nasti – perché l’accusa di spaccio parte automaticamente. Devi chiudere il negozio, mandare a casa i dipendenti se ne hai. I prodotti ti vengono sequestrati e quando te li ridanno, è tutto da buttare perché non possiamo garantire per la sua corretta conservazione. Più le spese per gli avvocati, i ricorsi. Il danno economico è enorme, in particolare per i piccoli produttori e imprenditori come noi».

E oltre al danno c’è la beffa: «La cosa ancora più assurda – rincara Nasti – è che anche se davvero anche a noi si applicasse il Testo unico sugli stupefacenti, comunque non si può non prevedere lo smaltimento dei prodotti che abbiamo già. Non puoi rendere illegale un intero settore dal giorno alla notte senza permettere a chi ha investito di smaltire le scorte».

Le associazioni di categoria e molti imprenditori si dicono pronte a combattere quello che definiscono «un attacco insensato» fino in Europa. Di fatti in Unione europea si stanno facendo passi avanti per la regolamentazione del settore: nell’agosto scorso, la Commissione ha proposto una soglia unica di Thc allo 0,5 per cento per tutti gli Stati membri, in linea con le sentenze della Corte di giustizia europea e gli standard internazionali, con l’obiettivo di eliminare le disparità normative e garantire certezze giuridiche. È dello scorso settembre, invece, l’approvazione in Parlamento europeo dell’emendamento che include esplicitamente i fiori di canapa tra i prodotti agricoli riconosciuti a livello comunitario, un passo fondamentale per la legalizzazione della filiera e l’accesso ai sussidi.

«In Italia invece – conclude Nasti – continuiamo a criminalizzare un settore giovane, con introiti potenzialmente molto alti, creazione di posti di lavoro, occasioni per la transizione ecologica, anziché tutelare imprenditori, lavoratori e consumatori. Come settore vorremmo delle regole chiare che tutelino noi e i consumatori, perché ci mancherebbe che non fossimo favorevoli alla tutela della salute pubblica, ma non si può uccidere un intero settore per pura ideologia. La soluzione non è neanche il monopolio delle tabaccherie, perché ormai il settore c’è, si è creato, non lo puoi affogare così». Giacomo Nasti e suo cugino ora sono in attesa di comparire davanti a un giudice, con l’accusa di spaccio di sostanze stupefacenti: «L’avevamo messo in conto, combatteremo, ma certo, tra avvocati e sequestri del prodotto, il danno economico e d’immagine è ingente».

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