Sadjide Muslija presa a sprangate nel letto. L’ipotesi: uccisa mentre dormiva
MONTE ROBERTO Forse Sadjide Muslija non ha avuto neppure il tempo di difendersi. Li avrebbe subiti uno dopo l’altro i colpi con il tubo metallico che, stando alla ricostruzione della procura, la mattina dello scorso mercoledì impugnava il marito, il 50enne macedone Nazif Muslija, rinchiuso nel carcere di Montacuto con l’accusa di omicidio volontario aggravato. E, forse, la 49enne è stata sorpresa nel sonno, mentre dormiva nel suo letto. Agli investigatori, infatti, non risulterebbero segni di una evidente colluttazione nella camera dell’abitazione di via Garibaldi, a Pianello Vallesina.
Il raptus
Prima del contestato delitto, non ci sarebbe stato neppure alcun litigio. Lo ha detto pure Nazif, durante l’udienza di convalida del fermo che si è tenuta sabato: «Non ho litigato con mia moglie, ma non ricordo niente di quel giorno. Solo che sono uscito di casa verso le 5 con l’intenzione di uccidermi, meglio morto che di nuovo in carcere» la versione che, sostanzialmente, ha dato al gip di Macerata, che ha trattato la posizione del falegname per competenza territoriale, considerando che l’uomo è stato trovato in una boscaglia di Matelica dopo 30 ore di irreperibilità. Aveva appena cercato di impiccarsi a un albero. È stato salvato da un giovane che passeggiava con il cane.
Il giorno della scoperta del delitto, attorno alle 12.30, la donna è stata trovata dai carabinieri e dal medico legale con profonde ferite alla testa e con il cranio fracassato.
Ma se possa essere stata aggredita nel sonno e se abbia avuto la possibilità di difendersi, questo lo dovrà dire l’esame autoptico, non ancora fissato. Verrà eseguito probabilmente a metà settimana, nell’istituto di Medicina Legale dell’ospedale di Torrette, dove è stato portato il corpo della macedone.
Con l’accertamento verrà anche definita la compatibilità dei colpi con quella che sembra essere l’arma del delitto: un tubo metallico da cantiere, trovato dai carabinieri sul muretto perimetrale dell’abitazione della coppia. Si era riunita lo scorso luglio, dopo l’uscita dal carcere di Nazif. C’era finito tre mesi prima perché la moglie, stanca di subire botte e minacce, lo aveva denunciato per maltrattamenti in famiglia. In particolare, in un’occasione lui l’aveva rincorsa con un’ascia, accecato dalla gelosia. Prima della sentenza di patteggiamento (un anno e dieci mesi) lei aveva deciso di ritirare la querela e stoppare la pratica di separazione. Fino a metà novembre non ci sarebbero stati problemi in casa, o comunque non sarebbero stati palesati.
Due giorni prima del delitto, il 50enne aveva avuto un colloquio con l’Uepe per poter iniziare un percorso per uomini maltrattanti, prescritto dal giudice. Era stato messo in lista d’attesa. Dopo quell’incontro, Nazif avrebbe perso l’orientamento, arrivando a pensare di dover tornare in carcere. Almeno questa è la sua versione.




