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Will Smith, Eva Mendes e zero chimica, in questo film su Prime Video che è il guilty pleasure perfetto

Ci sono film che non dovrebbero funzionare. Film che sulla carta accumulano difetti come un giocatore di poker accumula debiti, eppure riescono a conquistarti. Hitch – Lui sì che capisce le donne del 2005, su Prime Video, è esattamente questo tipo di anomalia cinematografica: una commedia romantica con protagonisti che non hanno chimica, dialoghi che farebbero arrossire uno scrittore di Baci Perugina e un messaggio che strizza l’occhio ai peggiori manuali di seduzione. Eppure funziona. Eccome. La storia è quella classica della commedia romantica d’inizio millennio: Alex Hitchins, interpretato da Will Smith nel pieno del suo carisma post-Principe di Bel-Air, è il “date doctor”, il “dottor rimorchio” di New York, un consulente sentimentale che aiuta uomini impacciati a conquistare donne che non avrebbero speranze di corteggiare da soli. Il suo ultimo cliente è Albert Brennaman, interpretato da Kevin James in quella che probabilmente resta la sua migliore performance cinematografica: un contabile grassoccio e adorabile che si innamora perdutamente dell’ereditiera Allegra Cole.

Nel frattempo, Hitch stesso cade nella sua stessa trappola innamorandosi di Sara Melas, giornalista gossip interpretata da Eva Mendes. Quando il film uscì, molto si discusse della scelta di casting interrazziale: Will Smith ha rivelato anni dopo che gli studios erano nervosi all’idea di una coppia birazziale sullo schermo. Temevano che un accoppiamento tra un attore afroamericano e una caucasica potesse offendere il pubblico statunitense, mentre una coppia interamente afroamericana avrebbe limitato l’appeal globale del film. La soluzione fu Eva Mendes, di origini cubane. Ironia della sorte, avrebbero dovuto preoccuparsi di un problema completamente diverso: Smith e Mendes insieme hanno l’intensità romantica di due colleghi che condividono educatamente l’ascensore. La chimica tra i due protagonisti è praticamente inesistente. Le loro scene insieme sembrano più un esercizio di recitazione professionale che l’esplosione di attrazione che una rom-com richiederebbe. Eppure il film non affonda.

Perché? Perché ha un asso nella manica che pochi hanno notato all’epoca: la vera storia d’amore di Hitch non è quella tra Will Smith ed Eva Mendes, ma quella tra Will Smith e Kevin James. Hitch non passa il test di Bechdel, nemmeno ci prova. Le donne nel film esistono principalmente in relazione agli uomini, e il protagonista incarna pericolosamente i principi del libro di Neil Strauss The Game, quel manuale di seduzione uscito lo stesso anno che ha dato vita alla cultura dei pick-up artists. Alex Hitchins manipola situazioni, studia psicologia femminile come fosse una scienza esatta, riduce il corteggiamento a una serie di tecniche replicabili. Dovrebbe essere insopportabile. Ma c’è un elemento redentore: il film rovescia gentilmente il copione delle rom-com dell’epoca. Qui sono gli uomini a essere romanticamente inetti, perennemente confusi, bisognosi di aiuto.

C’è un’onestà di fondo in Hitch che lo salva dal baratro del peggiore cinema commerciale. Il film sa esattamente cosa è: una commedia romantica nazional-popolare, leggera come un soufflé, perfetta per un pomeriggio di pioggia quando non hai voglia di pensare troppo. Il guilty pleasure perfetto. Ha salvato dalla noia (e dall’ipotermia) fratelli annoiati e sorelle sentimentali in cinema anonimi di Parigi. Ha fatto ballare persone a matrimoni. Ha fatto ridere quando doveva far ridere. La soundtrack è azzeccata, un mix perfetto tra soul classico (Sam Cooke, Stevie Wonder) e R&B contemporaneo (NERD, Usher), con una spruzzata di Fine Young Cannibals per i nostalgici. Le performance secondarie sono solide: Adam Arkin nei panni del boss giornalistico dal cuore tenero, Michael Rapaport come cognato di Hitch, Amber Valletta come ereditiera più profonda di quanto sembri.

E poi c’è quella scena finale, economica ma tremendamente soddisfacente: Vance Munsen, l’uomo d’affari arrogante che ha spezzato il cuore dell’amica di Sara, riceve una ginocchiata nelle palle proprio davanti alla statua del Charging Bull di Wall Street. Una metafora nemmeno troppo velata che, in tempi pre-crisi finanziaria del 2008, aveva già fiutato l’aria che tirava. Hitch non è un capolavoro. Non cambierà la vostra vita, non vi farà riflettere sulla condizione umana, non vincerà mai premi per la sua profondità narrativa. Ma ha qualcosa che molti film più ambiziosi non hanno: sa esattamente cosa vuole essere e lo fa senza vergogna. È comfort food cinematografico, una coperta calda in una giornata fredda, una risata facile quando ne hai bisogno.


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