Basilicata

La roccaforte dei Cosco in via Montello a Milano, l’inferno da cui fuggivano Lea e Denise

Dalle faide di Pagliarelle ai traffici di droga a Milano, la cupola dei Cosco e l’inferno da cui fuggivano Lea Garofalo e la figlia Denise


PETILIA POLICASTRO – La storia dei fratelli Cosco a Milano non è soltanto la cronaca di un feroce delitto come quello di Lea Garofalo, ma il ritratto compiuto di una mutazione criminale. È la storia di un clan che dalla sperduta frazione Pagliarelle di Petilia Policastro, borgo di minatori nell’Alto Crotonese, si proietta nel tessuto metropolitano indossando i panni dello spaccio organizzato. Il quartier generale è il famigerato stabile di viale Montello 6, un immobile di proprietà dell’Ospedale Maggiore. Da lì fuggì Lea Garofalo, portando con se la sua bambina. Lea fu condannata a morte dai Cosco per la rottura con quel mondo, che la portò a intraprendere un percorso da testimone di giustizia. Denise non ce l’ha fatta, dopo un calvario pesantissimo, mentre oggi si indaga per istigazione al suicidio. Un calvario che inizia in viale Montello.

La roccaforte di via Montello

Per trent’anni i Cosco, parenti dell’ex convivente di Lea Garofalo, i Carvelli, i Comberiati, i Toscano, i Ceraudo – famiglie contro cui Lea testimoniò – hanno abitato abusivamente proprio là. E da quelle parti, il 24 novembre 2009, si persero le tracce di Lea, scomparsa dopo l’ultima passeggiata con la figlia Denise immortalata da un impianto di videosorveglianza davanti all’Arco della Pace. L’ordine di sfratto per le famiglie della ‘ndrangheta petilina emigrate a Milano e finite al centro dell’inchiesta Affittopoli arrivò nel febbraio 2011. I vertici dell’Ospedale Maggiore denunciarono gli occupanti abusivi di 39 immobili compresi nel patrimonio del Policlinico. Al civico 6. Un indirizzo che ricorre nelle dichiarazioni di Lea agli inquirenti.

Le rivelazioni sui traffici di droga

C’era quella via nell’interrogatorio reso da Lea nel luglio 2002 al pm Sandro Dolce della Dda di Catanzaro, uno dei primi magistrati che la ascoltò. «All’epoca dell’omicidio di Comberiati Antonio, vivevo con Cosco Carlo e a mia figlia Denise, in viale Montello 6. Ufficialmente il mio convivente svolgeva l’attività di buttafuori della Bottega degli Artisti, locale al piano terra all’interno del cortile del civico 6 di viale Montello. Questo lavoro serviva da copertura per giustificare la sua presenza nel cortile dove gestiva traffico di stupefacenti (…)».

Il “diavolo in corpo”

Da quell’enorme casolare abusivamente occupato i Cosco non si limitavano a coordinare piazze di spaccio redditizie o a custodire armi. Occupavano gli spazi, decidevano chi poteva entrare o trovare un giaciglio, estorcevano denaro e piegavano il patrimonio pubblico e il degrado urbano al loro dominio. In quello stesso cortile di viale Montello, il 17 maggio 1995, si era consumato nel sangue l’omicidio di Antonio Comberiati. Lea fu svegliata dai colpi d’arma da fuoco mentre dormiva con la sua bambina. Secondo le rivelazioni che costarono la vita a Lea, Giuseppe Cosco, detto “Smith”, il fratello del suo ex convivente Carlo, raccontava, subito dopo gli spari, che la vittima «aveva il diavolo in corpo e non voleva morire».

Il racket immobiliare

Intanto, i Cosco lucravano sulla vendita e l’affitto di alloggi ubicati nel comprensorio di proprietà dell’ospedale Maggiore. Un calzolaio vittima di usura riferì che «gli alloggi vengono venduti a eritrei, i capannoni vengono affittati a cinesi». Man mano che gli inquilini andavano via, l’Ospedale inviava operai a fare murature all’ingresso degli alloggi per impedirne l’occupazione. «Però questi muratori venivano minacciati dai Cosco e dopo i primi tempi venivano ma non mettevano più alcuna muratura oppure non li vedevo più arrivare».

La condanna a morte

Dalla roccaforte di via Montello Lea fuggì, per tornarci soltanto dopo essere stata attirata in una trappola. Ma la sua ribellione affondava le radici nella faida di Pagliarelle e in un passato di sangue che aveva decimato i Garofalo, compreso il fratello di Lea, Floriano. Un’esecuzione su cui lo stesso Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise che partecipò al delitto di Lea e alla distruzione del cadavere, avrebbe poi fatto luce, pentendosi e svelando che Floriano fu eliminato, secondo le regole ancestrali della ‘ndrangheta, perché colpevole di non aver punito la sorella dopo l’inizio del suo percorso di testimone di giustizia. Quando Lea decide di parlare con i magistrati, svelando i segreti e gli affari della famiglia, per Carlo Cosco diventa una condannata a morte.

Nessun raptus, il disegno era di annientamento

Il piano criminale, maturato sin dalle confidenze fatte in cella al collaboratore di giustizia Salvatore Cortese, culmina, dopo il fallito agguato di Campobasso, nella trappola tesa a Milano nel novembre del 2009. Contrariamente a quanto si riteneva in un primo momento – l’ipotesi che Lea fosse stata sciolta nell’acido – le indagini e le confessioni hanno restituito un orrore ancora più crudo. Lea fu strangolata, bruciata per giorni all’interno di un magazzino vicino Monza e i resti furono gettati in un tombino. La Corte di Cassazione ha spazzato via la tesi del “raptus” sostenuta da Carlo Cosco, bollandola come del tutto inattendibile. Il disegno di annientamento era totale. Ed è la sorte che spetta a chi rompe la catena dell’omertà denunciando.


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