Emilia Romagna

“Vivo ai Padulli da quattro anni: crescono le case ma non la comunità. Pesa l’assenza di una visione” :: Segnalazione a Rimini

















Riceviamo la seguente lettera da parte di un lettore e pubblichiamo:

“Qualche giorno fa, su RiminiToday, è uscito un articolo sul quartiere dei Padulli. Un lungo dossier che descrive questa zona come il “quartiere dove tutti vogliono vivere”. Non so se i Padulli siano veramente il quartiere dove tutti vogliono vivere, ma di certo dà questa impressione vista la velocità e la… voracità con cui vi si costruisce. Io e la mia famiglia ci siamo trasferiti qui quattro anni e mezzo fa, in una serie di case a schiera di nuova costruzione, e in questo lasso di tempo abbiamo visto sorgere dal nulla, a vista intorno a noi, almeno altri 8-9 nuovi edifici. Questa voracità immobiliare attira anche gente con pochi scrupoli, leggi costruttori che scappano col bottino senza finire i lavori, ne sappiamo qualcosa io e miei coinquilini, ma questo è un altro tema”.

“Le case di nuova costruzione sono in genere non troppo grandi, a uno, due o tre piani e non c’è dubbio che la parte nuova dei Padulli abbia un aspetto molto nuovo e gradevole. Inoltre, aspetto non da poco, essendo tutti stabili nuovi sono in classi energetiche molto elevate, praticamente tutte con i pannelli fotovoltaici sul tetto, isolamento, impiantistica di nuova generazione e efficiente. Un po’ una fotografia di come dovrebbe essere il patrimonio immobiliare nell’epoca dei cambiamenti climatici. Il risvolto della medaglia è però un consumo di suolo spaventoso. Se si potessero filmare i Padulli dall’alto in time-lapse vedremmo tanta superficie verde diventare inesorabilmente e velocemente grigia”.

“Nell’articolo di cui sopra si sottolineavano anche le cose, tante, che non vanno come la mancanza di servizi, microcriminalità e furti nelle case. Aggiungo una scarsissima cura del verde presente. Un esempio lampante è l’area verde di fronte alle scuole Lodi. Difficile definirlo parco: non ci sono panchine o aree ombreggiate dove sedersi, non c’è nulla che inviti a starci; ci si passa solo, o ci si porta il cane a farci i bisogni (io compreso). È un luogo senz’anima, e forse lo si può dire di quasi tutti i Padulli, ancora”.

“Un quartiere vuoto di giorno e silenzioso la sera. Credo sia mancata e manchi una visione, un progetto di quartiere. E gli manca forse una cosa semplice: un centro. Non un centro commerciale, un centro di vita. Nei modelli europei più virtuosi, Vauban (nella celeberrima Friburgo), i nuovi quartieri olandesi, gli insediamenti danesi, ogni intervento nasce già con piazza, scuola, negozi di vicinato, mercato rionale: servizi che “obbligano” le persone a uscire di casa e incrociarsi. A Vauban, va detto, la piazza non era nemmeno nel progetto originale: sono stati gli abitanti a pretenderla, e oggi è il cuore pulsante del quartiere – la prova che certi spazi, oltre che disegnati dall’alto, vanno anche spesso conquistati dal basso. È il principio della città dei 15 minuti, applicato dal primo giorno. Barcellona lo ha fatto su scala urbana con le supermanzanas: isolati liberati dalle auto, restituiti a panchine, giochi, alberi. Il risultato non è estetico, è sociale: gente che si ferma, bambini che giocano per strada, anziani che si conoscono e passano del tempo insieme. Senza luoghi di sosta pensati apposta, anche il quartiere più bello resta un dormitorio: si entra, si dorme, si esce per lavorare altrove. La differenza, in fondo, è una scelta politica: progettare per la comunità, non solo per i metri cubi”.

“I Padulli stanno andando troppo avanti, lasciandosi indietro questi concetti, ma il tempo non è tutto perduto, possiamo recuperare. Ci vogliono volontà e visione politica, certo. Ma la piazza di Vauban insegna anche che a volte i luoghi di un quartiere se non arrivano dall’alto, te li devi conquistare. Un centro di vita non lo costruisce solo il Comune: lo si abita, lo si frequenta, lo si rivendica”.

Lettera firmata 














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